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Thursday, 8 December 2016

Fonti - Creare l'unità nella diversità

(...) L'unità è il tesoro della diversità umana, la diversità è il tesoro dell'unità umana. Quali sono le aspirazioni di ogni essere umano, che si rivelano nelle condizioni storiche più differenti ? E' il bisogno di sviluppo personale in seno a una comunità organica alla quale si appartiene. Lo sviluppo personale senza la comunità e senza l'amore è lo sviluppo dell'egocentrismo e dell'egoismo. Se si ha solo la comunità, si ha il soffocamento dello sviluppo personale. Per poter creare una via nuova bisogna abbandonare totalmente il pensiero binario che regna più che mai. Questo pensiero binario, questo pensiero per alternative, è quello che pensa o o e non e e. (...)

(...) Più la mondializzazione si sviluppa, più si deve allo stesso tempo demondializzare, cioè localizzare e territorializzare. Si devono salvare interi territori dalla morte economica, che è anche una morte biologica. Quando penso all'Europa, sono per una federazione europea, ma sono anche per un rispetto dell' autonomia delle nazioni. Le nazioni devono sacrificare alcuni poteri per interessi comuni, e tuttavia devono conservare poteri abbastanza grandi, come quelli volti a limitare, in certi casi, alcune importazioni troppo distruttrici. Dunque mondializzazione, ma anche territorializzazione, regionalizzazione, localizzazione. C'è molta vitalità nei territori, molti artigianati che possono rinascere o continuare a svilupparsi, molte potenzialità che si possono concretizzare.

(Edgar Morin, 7 lezioni sul pensiero globale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016) 

Fonti - Una debolissima coscienza del rischio

(...) Coscienza debolissima perché abbiamo difficoltà a pensare il globale, cioè la relazione fra il tutto e le parti, le parti e il tutto, le interazioni, la complessità, ma se il processo continua corriamo verso la catastrofe. (...)

La quantificazione è la parola dominante delle nostre civiltà, mentre l'essenziale degli esseri umani sfugge al calcolo: il sentimento, l'amore, la gioia, la tristezza, l'afflizione, il dolore, l'odio. Tutto ciò è incompreso da molti economisti, incompreso da tutti coloro che vivono nell'universo del calcolo. Ancora una volta, la quantificazione e la compartimentazione sono i nemici della comprensione.

Si aggiunga a ciò la perdita del passato, la tendenza a vivere sempre nell'immediato, un altro degli aspetti negativi della mondializzazione. Senza contare la perdita del futuro. Il mondo ha smesso di credere che il progresso sia una legge ineluttabile, necessaria e feconda della storia. Ormai, c'è l'incertezza del futuro.

Con il ritorno verso il passato, le religioni promettono non più il Paradiso sulla Terra, che è fallito in URSS, cosa che si può verificare, ma in cielo, cosa che nessuno può verificare. Con il bisogno di ritrovare delle radici e nell'angoscia aggravata della crisi economica prosperano tendenze regressive, tendenze alla chiusura su di sé, tendenze al razzismo, alla xenofobia, alla paura dell'altro, alla paura del mondo, alla paura di tutto, mentre non si comprende che siamo tutti legati per interdipendenza al pianeta, che siamo sempre più in una comunità di destino fra umani.

Non siamo soltanto in una crisi economica. Diffondendosi ovunque, la civiltà occidentale mette le civiltà tradizionali, e ancor più le civiltà arcaiche, in una crisi terribile. Il paradosso è che la civiltà occidentale, a sua volta in crisi, si presenta ai paesi in via di sviluppo come la guarigione, mentre porta in sé la malattia.

Si può dire che tutte le le civiltà sono in crisi. (...) E' una crisi di civiltà, una crisi storica profonda.

Ma è possibile cambiare via ? Nessun indice ci indica questa possibilità di cambiamento, nonostante l'esistenza di iniziative innovatrici, che rimangono tuttavia disperse ed embrionali. (...)

(Edgar Morin, 7 lezioni sul pensiero globale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016)

Fonti - Sviluppo tecnico, economia, finanziarizzazione, urbanizzazione, questione ecologica

(...) Gli uomini sono sempre di più al servizio dello sviluppo tecnico, più di quanto questo non sia al servizio degli umani. La competitività così come oggi è definita o praticata si traduce nel fatto che le imprese riescono a sovraccaricare di lavoro la maggior parte dei loro dipendenti, in modo da poterne licenziare un certo numero, o in modo da rimpiazzarli con robot sempre più intelligenti, la qual cosa crea disoccupazione. (...)

L'economia mondiale, a sua volta, è totalmente incontrollata. Contrariamente a ciò che prediceva prima del 2008 la maggioranza degli economisti ufficiali, l'economia può essere soggetta a gravi crisi il cui seguito possibile non si conosce. Su questa economia si è sviluppato una sorta di tumore: il dominio del capitale finanziario speculativo, che utilizza i traders, e che utilizza le informazioni sulle Borse nazionali per poter speculare sul danaro o sulle materie prime. (...)

(...) I demografi prevedono che fra alcune decine d'anni l'umanità sarà urbanizzata per l'85 per cento. Non si svilupperanno soltanto enormi megalopoli (...) ma città asfissiate, congestionate e circondate da campagne nelle quali ci saranno solo l'agricoltura e l'allevamento industrializzati (...).

(...) E, al cuore di tutto ciò, la devastazione ecologica del pianeta. La tendenza al riscaldamento climatico, che venga da sorgenti antropogene o da sorgenti naturali, si verifica nell'Antartico e nell'Artico con lo scioglimento dei ghiacci. Le offese alla bio-diversità, come la deforestazione, deteriorano vitalmente gli ecosistemi. Il cibo inquinato attenta alla nostra alimentazione, minaccia la nostra salute, così come il consumismo delle classi medie, che ci fa ingerire alimenti saturi di zuccheri e di conservanti. E se si verifica il riscaldamento, ciò creerà enormi migrazioni. (...) Il problema più grande è che gli Stati e le imprese spingono per la crescita indeterminata, indefinita, sebbene sappiamo che il pianeta non potrebbe sopportare che due miliardi di cinesi o di indiani utilizzino un'automobile a tempo pieno. Ciò vuol dire non sopprimere l'automobile, ma regolarne l'uso senza privare le persone della gioia di questo strumento che è nello stesso tempo un giocattolo per adulti. (...)

(Edgar Morin, 7 lezioni sul pensiero globale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016)

Fonti - Luci e ombre della mondializzazione-globalizzazione

(...) Ciò che sembra positivo nella mondializzazione è un certo numero di progressi materiali, tecnici, medici, economici che, seppure in forme molto diseguali, sopraggiungono nell'insieme dei paesi che prima erano chiamati Terzo mondo. (...) Ciò che sembra negativo nella mondializzazione è innanzitutto il fatto che (...) l'individualismo può tradursi in egoismo, e questo egoismo può tanto più svilupparsi e scatenarsi in quanto l'occidentalizzazione provoca una distruzione delle solidarietà tradizionali. (...) La dove già c'erano dominazione e sfruttamento si sono sviluppati nuovi sfruttamenti attraverso il capitalismo, le multinazionali o le grandi imprese d'Occidente, e poi del Sud-Est asiatico come nel caso del Giappone o della Cina. (...) Inoltre, l'agricoltura colonizzata e industrializzata porta con sé la perdita dell'autonomia alimentare nei paesi coinvolti e ai paesi consumatori dà solo prodotti standardizzati, insipidi (...). Se da una parte c'è una certa prosperità che favorisce la costituzione di classi medie che vivono secondo gli standard occidentali, dall'altra c'è una nuova evoluzione attraverso la quale la povertà si trasforma in miseria di massa. (...)

(...) il processo di mondializzazione-globalizzazione, che continua, è un processo profondamente ambivalente. (...)

(Edgar Morin, 7 lezioni sul pensiero globale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016) 

Sunday, 4 December 2016

Fonti - Unificazione e balcanizzazione

(...) Nel corso degli anni Novanta del Novecento si delinea l'unità economica del mondo e, nello stesso tempo, con lo sviluppo delle telecomunicazioni, l'unità tecno-economica, che possiamo chiamare mondializzazione. Ciò che sembra allora paradossale è il fatto che questa unificazione tecno-economica-comunicazionale sia accompagnata da un aumento della balcanizzazione del pianeta. (...) Ecco il grande paradosso: da un lato un'incontestabile unificazione mentre, d'altro lato, una balcanizzazione, una disgregazione di imperi e di nazioni che sembravano uniti. Ciò significa che l'unificazione tecno-economica sulla base dell'occidentalizzazione delle civiltà provoca una reazione nelle differenti culture per salvaguardare la loro identità. Questa espansione tecno-economica contiene dunque un doppio movimento. (...)

da Edgar Morin, 7 lezioni sul pensiero globale (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016)

Saturday, 27 February 2016

Complex thought (Edgar Morin)

The complex thought is not theoretical but paradigmatic because it concerns the method of knowledge. The complex thought is a reaction against the world of classical science and against the dominant organization of knowledge which is based on the separation, on the dispersion and on the non-dialogue of the disciplines; consequently, the organization of knowledge is unable to understand the global and fundamental problems. The complex thought is focused on a dialogical paradigm that allows simultaneously to integrate and to distinguish ideas. The complex thought is based on awareness of the limits of knowledge and therefore on a knowledge that moves between coherence and contradiction, between order and disorder, between certainty and uncertainty.

A "trinitarian" anthropological vision (Edgar Morin)

The anthropological vision of E. Morin on man and on humanity is "trinitarian" and considers individual, society and species as an entity can not be separated; for this, Morin does not think the man in a reductionist way because he contemplates the mutual influence the individual has on society and that society has on the individual. This is a crucial point because we can not base the political thought on a concept that privileges only individual or only social or only the species.

New direction of politics (Edgar Morin)

E. Morin says that the new direction of politics is the direction of human realities (the "worlds-of-life) that are, at the same time, related to the survival and to the ability of any person to fulfill its own potential and to exercise its own freedom within the human community, enriching it in an original and not repeatable way. The time has come to go beyond, in thought and particularly in the political thought, the contrast between individual and community to conceive the one and the other as a "polarity in dialogue"; the alternative is a mutilated and mutilating thinking, "resigned" to unilateral solutions.

Friday, 26 February 2016

Fundamental human issues and rationality (Edgar Morin)

E. Morin, in the conversation with G. Vattimo mentioned in the previous post, speaks about the problem of a political reductionism that has circumscribed the political field of action only to the economy, and to a particular economic vision, not open and not innovative. Political reductionism is leading humanity to degeneration (Morin uses the word "catastrophe"). It is slowly emerging the awareness that the problems of humanity can not be resolved ipso facto through the economic development. The fundamental human issues can not be understood only with rationality because they therefore "go beyond" our paradigms merely quantitative and materials.

"Complex man" and politics (Gianni Vattimo, Edgar Morin)

The philosopher Gianni Vattimo, in a conversation with Edgar Morin, writes on ontological link between the complex thought and politics. Morin makes it clear that he wanted to found a political thought on some anthropological sources and says that we must return to the knowledge of man. The link between politics and anthropological sources, says Morin, is necessary because we have to change our political vision founded on a conception of man that includes only homo sapiens, homo faber and homo oecoenomicus . To transform politics, continues Morin, we need a change of thinking and, consequently, a change in the paradigms of thought that we have about the human and which limit our ideas and our actions. Morin says that homo sapiens is also homo demens: sapiens and demens are two polarities of the same being. Moreover, the political vision that merely consider the human only as homo faber is reductionist because homo is simultaneously also mithologicus or immaginarius. Finally, the last notion of man historically known, that of the homo oeconomicus, has brought politics to ignore the reality of homo ludicus.

Saturday, 23 January 2016

Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)

Edgar Morin: (...) ritengo che abbiamo un assoluto bisogno di una riforma profonda del pensiero. Soltanto in questo modo possiamo riempire l'attuale vuoto del pensiero politico. Il pensiero politico, che dovrebbe essere così importante per determinare la direzione del nostro itinerario, oggi è ammalato di tecnocratizzazione, burocratizzazione, econocratizzazione ed è unicamente ridotto all'economia, e nemmeno all'economia intesa in senso ampio e generale quanto piuttosto ad un certo tipo di economia definita come neoliberale che, come abbiamo constatato, altro non è se non la dittatura della speculazione finanziaria. Oggi il potere politico è impotente e perciò non è in grado di denunciare le cause della crisi e tanto meno di enunciare una via alternativa. Inoltre, il pensiero politico non è più alimentato, come accadeva del passato, da idee come quelle di Tocqueville, De Maistre, Marx, Proudhon. Oggi la politica si appoggia soltanto ad esperti iper-specializzati che offrono mere informazioni parcellizzate e che pertanto non possiedono una visione d'insieme capace di costituirsi a fondamento di una progettualità di lungo termine. Il sapere oggi genera un'enorme crescita di informazioni e di conoscenze frammentarie e slegate che determinano una nuova ignoranza rispetto ai problemi complessi e planetari. Su questa nuova forma di ignoranza cresce la sciagura della crisi. Credo quindi che oggi, per rigenerare l'etica, la solidarietà e la responsabilità, sia necessaria una coscienza lucida e aperta capace di indicare un nuovo cammino possibile. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)

Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)

Edgar Morin: Per dirigerci verso un'altra direzione, dobbiamo attuare una mera e propria metamorfosi, ossia realizzare allo stesso tempo una continuità e una discontinuità rispetto al passato, concretizzando le nostre qualità positive che siano ad ora sono rimaste in potenza. La metamorfosi alla quale penso è racchiusa nella formula Terra-Patria, che non esclude la dimensione locale e nazionale, ma che la accompagna ad una più vasta. Questa nuova dimensione non sarà certo il semplice ampliamento su scala mondiale delle istanze dello stato-nazione e nemmeno può essere immaginata sin d'ora in maniera molto precisa. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)

Friday, 22 January 2016

Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)

Edgar Morin: Nell'era planetaria che viviamo, dobbiamo fondare la nozione di umanità sull'appartenenza, sulla condivisione e sulla comunanza che riguardano la medesima patria terrestre. Assumere la comunità di destino significa assumere anche la cittadinanza terrestre. La solidarietà tra di noi e quella con il nostro pianeta sono ormai inscindibilmente legate. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)

Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)

Edgar Morin: La ragione (...) si compone (....) di una varietà molteplice di aspetti: esiste una ragione teorica che costruisce teorie con basi logiche ed empiriche, come nel caso delle teorie scientifiche; c'è una ragione critica, che si fonda sull'esercizio del dubbio e, combattendo l'illusione, l'errore, percepisce in maniera non conforme le evidenze rispetto alle quali i più sono ciechi; vi è infine anche una ragione autocritica che è forse la più necessaria e che tuttavia rimane minoritaria nella storia dell'Occidente: probabilmente inizia con Montaigne e termina con Leévi-Strauss. Credo, al contrario, che l'autocritica dovrebbe divenire una pratica costante per mantenere una coscienza permanentemente vigile e per sviluppare una nuova cultura del pensiero e anche della psiche. (...) sono convinto che dobbiamo riflettere sulle diverse manifestazioni patologiche della razionalità che la degradano nella malattia della razionalizzazione. (...) il concetto di razionalizzazione oggi va inteso in senso lato: la razionalizzazione è una falsa razionalità che si pretende razionale. Opera in maniera astratta, unidimensionale, parcellizzata, compartimentata, meccanicistica, disgiuntiva, riduzionista e così rompe il complesso del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi, separa ciò che è legato, unidimensionalizza il multidimensionale. In questo modo, più il mondo è complesso, più appare impensabile e impensato; più le questioni diventano multidimensionali, meno sono concepibili; più i problemi divengono planetari, più si fanno irriducibili; più progredisce la crisi, più aumenta l'incapacità di affrontarla. L'applicazione generalizzata della razionalizzazione, ossia del pensiero meccanicistico e parcellare, ha assunto storicamente una forma tecnocratica, econocratica e burocratica che ha coinvolto un numero sempre maggiore di attività dell'uomo, limitando la possibilità di quest'ultima di correggere gli errori e di sottrarsi ad uno strapotere che lo obbliga a obbedire a prescrizioni e formulari sempre più astratti e insensati. Tutto ciò va di pari passo con l'atomizzazione, l'anonimizzazione e l'irresponsabilità dell'uomo stesso. Si crede di rendere razionale la società a favore dell'uomo, e invece si riduce la complessità dell'uomo per adattarlo alla razionalizzazione della società. La tecnicizzazione, l'industrializzazione, l'urbanizzazione totali e toalizzanti si sono sviluppate proprio sotto l'egida della razionalizzazione. Le imprese, la competitività, la produttività, la burocratizzazione e l'iperstimolazione del profitto sono il risultato di questo tipo di sviluppo che a sua volta determina altri effetti: nuovi mali psichici e fisici, apparentemente individuali perché sofferti soggettivamente, ma, a tutti gli effetti, mali di civiltà. La follia, allora, appare un problema centrale dell'uomo e non il suo scarto, la sua eccentricità. E' sempre più necessario restituire alla razionalità le sue vere funzioni teoriche, critiche e autocritiche per mantenerla aperta alle molte resistenze del reale come l'incertezza, l'irrazionale e il mistero, di cui fa pur parte anche l'uomo con la sua irriducibile umanità. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)

Sunday, 17 January 2016

Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)

Edgar Morin: (...) anche oggi possiamo parlare, come hanno fatto Adorno e Horkeimer, di una "razionalità strumentale", in quanto appare chiaro che essa non è unicamente funzionale ai campi di sterminio, ma è al servizio di questa follia, di questa hybris, la quale deriva da un delirio di potenza già inscritto nelle parole con cui Cartesio indicava il metodo scientifico come lo strumento per fare dell'uomo "il padrone e il dominatore della natura". (...) Le scoperte di tutti i limiti, anche e soprattutto di quelli della ragione, costituiscono una delle acquisizioni più importanti tanto della conoscenza quanto della coscienza: noi ci rendiamo finalmente conto oggi che l'illusione di una conoscenza illimitata era il maggior limite alla conoscenza stessa e prendiamo infine coscienza di una realtà che eccede le nostre possibilità. Questo era ben noto ai nativi d'America assai prima della conquista europea. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)

Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)

Edgar Morin: Ovunque homo continui a definirsi sapiens e ovunque regnino faber ed oeconomicus, la barbarie è sempre pronta a traboccare. Lo sviluppo della razionalità occidentale scientifica, tecnica, economica e militare è stato realizzato proprio al servizio di quel tipo di follia che gli antichi Greci definivano appunto come hybris, ossia come dismisura. L'intera avventura umana che oggi determina la distruzione del pianeta, la degradazione della biosfera e la moltiplicazione delle armi di distruzione di massa consiste in un processo incontrollato e puramente quantitativo realizzato all'insegna di un "sempre di più" che altro non è se non hybris. Tutta la razionalità occidentale sconfina spesso nella razionalizzazione, ponendosi in tal modo al servizio della hybris. Ovunque, e per decine d'anni, soluzioni sedicenti razionali, approntate da esperti convinti di operare per lo sviluppo e di incontrare solo superstizioni nei timori delle popolazioni, hanno arricchito pochi e impoverito molti, hanno distrutto molto e creato poco. Lo sviluppo smisurato ha creato sottosviluppo materiale e anche spirituale e umano. E' proprio la razionalizzazione, allora, a mostrarsi cieca. Distrugge in embrione tutte le possibilità di dubbio, eliminando tutte le opportunità di un giudizio correttivo e di una prospettiva di lungo termine, capace di valutare conseguenze che concernano le generazioni a venire. (...) (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)

Saturday, 16 January 2016

Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)

Riascoltiamo Edgar Morin: Nel mondo contemporaneo della modernità o, se si vuole, della crisi della modernità. assistiamo ad una degradazione di tutte le solidarietà e le responsabilità tradizionali. (...) Le cause di questa degradazione sono nel sorgere dell'individualismo e nell'affermarsi della parcellizzazione del sapere e della conoscenza. (....) (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)

Saturday, 26 December 2015

(Diario filosofico, Giudizio storico, Istituto fondamentale) Tracce di conoscenza - Pensiero complesso (Edgar Morin)

Riascoltiamo Edgar Morin: Dal punto di vista epistemologico, occorre sostituire il grande paradigma occidentale che ordina di conoscere per disgiunzione e riduzione e sostituirvi un paradigma che operi per distinzione e congiunzione e che possa perciò affrontare le contraddizioni dell'ordine che comporta disordine, della razionalità pura che senza sentimento diviene follia, della conoscenza che illumina e acceca e della civiltà che contiene anche la barbarie. Dal punto di vista cognitivo, invece, si rende necessario introdurre un'autoriflessione, in grado di promuovere un autoesame e un'autocritica permanenti. Sono sempre più necessari una conoscenza e un pensiero capaci di connettere tra loro reciprocamente i saperi, le parti al tutto e il tutto alle parti, il globale e il locale. Conoscenza e pensiero devono quindi saper contestualizzare, globalizzare, multidimensionalizzare per poter cogliere la complessità dei destini dell'individuo, della società, della specie e della terra nell'era planetaria. Un sapere e un pensiero complessi possono tentare di formulare una diagnosi sull'orientamento del nostro divenire, di definire le riforme necessarie per cambiare il corso intrapreso, di sviluppare l'attitudine a rispondere in maniera pertinente a situazioni inedite e incerte. (1)

(1) AA.VV., Pensare la complessità per un umanesimo planetario (Mimesis, 2012)

(Diario filosofico - Giudizio storico - Istituto fondamentale) Tracce di conoscenza - Pensiero complesso (Edgar Morin)

Riascoltiamo Edgar Morin: Non è (...) difficile comprendere come gli sviluppi della cultura scientifica e di quella umanistica abbiano comportato non solo i vantaggi della divisione del lavoro, ma anche le perdite derivate dagli eccessi di specializzazione dei saperi. Abbiamo constatato come, di fatto, la frammentazione e la compartimentazione della conoscenza in discipline separate, opposte e non comunicanti abbia sottosviluppato sia per gli scienziati sia per gli umanisti l'attitudine a contestualizzare i dati del sapere e a integrarli in un sistema capace di attribuire loro un significato. L'iperspecializzazione rompe il tessuto complesso della realtà; il predominio del quantificabile nasconde le realtà soggettive e affettive. La nostra modalità di conoscenza parcellizzata provoca ignoranza, oltre all'incapacità di concepire e affrontare le questioni fondamentali e globali: la competenza in campi eccessivamente piccoli e chiusi conduce incompetenza riguardo alle influenze subite ed esercitate dal campo stesso in rapporto al contesto. In particolare, non è vero che una conoscenza è tanto più pertinente quante più sono le informazioni di cui dispone o se risponde ad una certa razionalizzazione matematica. Al contrario, essa è pertinente se sa collocarsi nel contesto, ossia se è capace di collegarsi ad un sistema più grande di sapere. Le cecità che risultano dal nostro sistema di conoscenze parcellizzate e disgiuntive sono molteplici: il riduzionismo, che riduce la conoscenza ad alcuni suoi costituenti presunti semplici; il binarismo, che scompone in vero e falso ciò che lo è solo parzialmente o ciò che è nello stesso tempo vero e falso; la causalità lineare, che ignora l'anello retroattivo in base al quale si auto-organizza ogni sistema complesso; il manicheismo, che concepisce in termini unicamente d'opposizione il rapporto tra il bene e il male. Se il nostro sistema culturale rimane dominato da un modo mutilato e astratto di conoscenza, il sapere e il pensiero che derivano ad ogni essere umano sono inadatti a cogliere le realtà nella loro complessità e globalità. (1)

(1) AA.VV., Pensare la complessità per un umanesimo planetario (Mimesis, 2012)

(Diario filosofico - Giudizio storico - Istituto fondamentale) Tracce di conoscenza - Pensiero complesso (Edgar Morin)

Riascoltiamo Edgar Morin: La disgiunzione tra scienza ed etica, che inizialmente parve necessaria, non può ormai essere conservata, se consideriamo le questioni etiche e politiche implicate dagli sviluppi della scienza stessa. Si rende sempre più necessaria una nuova deontologia scientifica - per la fisica, almeno da quando è stata creata l'arma nucleare; per la biologia, almeno dal momento della scoperta del DNA, della fecondazione artificiale, della creazione delle chimere, del bambino in provetta, della clonazione e manipolazione delle cellule staminali; per la chimica e le scienze della terra, almeno da quando sono iniziate su larga scala le devastazioni della natura con l'inquinamento e la depredazione delle risorse vegetali, animali e minerali. (1)

(1) AA.VV., Pensare la complessità per un umanesimo planetario (Mimesis, 2012)