Edgar Morin: La ragione (...) si compone (....) di una varietà molteplice di aspetti: esiste una ragione teorica che costruisce teorie con basi logiche ed empiriche, come nel caso delle teorie scientifiche; c'è una ragione critica, che si fonda sull'esercizio del dubbio e, combattendo l'illusione, l'errore, percepisce in maniera non conforme le evidenze rispetto alle quali i più sono ciechi; vi è infine anche una ragione autocritica che è forse la più necessaria e che tuttavia rimane minoritaria nella storia dell'Occidente: probabilmente inizia con Montaigne e termina con Leévi-Strauss. Credo, al contrario, che l'autocritica dovrebbe divenire una pratica costante per mantenere una coscienza permanentemente vigile e per sviluppare una nuova cultura del pensiero e anche della psiche. (...) sono convinto che dobbiamo riflettere sulle diverse manifestazioni patologiche della razionalità che la degradano nella malattia della razionalizzazione. (...) il concetto di razionalizzazione oggi va inteso in senso lato: la razionalizzazione è una falsa razionalità che si pretende razionale. Opera in maniera astratta, unidimensionale, parcellizzata, compartimentata, meccanicistica, disgiuntiva, riduzionista e così rompe il complesso del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi, separa ciò che è legato, unidimensionalizza il multidimensionale. In questo modo, più il mondo è complesso, più appare impensabile e impensato; più le questioni diventano multidimensionali, meno sono concepibili; più i problemi divengono planetari, più si fanno irriducibili; più progredisce la crisi, più aumenta l'incapacità di affrontarla. L'applicazione generalizzata della razionalizzazione, ossia del pensiero meccanicistico e parcellare, ha assunto storicamente una forma tecnocratica, econocratica e burocratica che ha coinvolto un numero sempre maggiore di attività dell'uomo, limitando la possibilità di quest'ultima di correggere gli errori e di sottrarsi ad uno strapotere che lo obbliga a obbedire a prescrizioni e formulari sempre più astratti e insensati. Tutto ciò va di pari passo con l'atomizzazione, l'anonimizzazione e l'irresponsabilità dell'uomo stesso. Si crede di rendere razionale la società a favore dell'uomo, e invece si riduce la complessità dell'uomo per adattarlo alla razionalizzazione della società. La tecnicizzazione, l'industrializzazione, l'urbanizzazione totali e toalizzanti si sono sviluppate proprio sotto l'egida della razionalizzazione. Le imprese, la competitività, la produttività, la burocratizzazione e l'iperstimolazione del profitto sono il risultato di questo tipo di sviluppo che a sua volta determina altri effetti: nuovi mali psichici e fisici, apparentemente individuali perché sofferti soggettivamente, ma, a tutti gli effetti, mali di civiltà. La follia, allora, appare un problema centrale dell'uomo e non il suo scarto, la sua eccentricità. E' sempre più necessario restituire alla razionalità le sue vere funzioni teoriche, critiche e autocritiche per mantenerla aperta alle molte resistenze del reale come l'incertezza, l'irrazionale e il mistero, di cui fa pur parte anche l'uomo con la sua irriducibile umanità. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
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