Gustavo Zagrebelsky: Nell'ambito del diritto, da qualche tempo, è stato tematizzato l'argomento del nichilismo giuridico. In passato si era convinti che il diritto fosse una disciplina capace di esercitare un dominio sulle attività umane e, più precisamente, sull'orientamento delle applicazioni del sapere. Oggi si sostiene che il diritto sia dominato dal nichilismo non tanto perché si ritiene che esso sia privo di fini; quanto piuttosto perché appare chiaro che esso ne possiede ormai uno solo, obbligatorio, che consiste nel creare le condizioni attraverso le quali quel meccanismo di autoriproduzione e di sviluppo senza senso (...) possa continuare a funzionare. Paradossalmente, nell'ambito del diritto, ma forse anche in quello della politica, la teoria e la prassi via via hanno assunto la finalità e perciò la ragion d'essere e il senso di creare le condizioni per la riproduzione di qualcosa che non ha senso. Se è davvero così, la situazione nostra è particolarmente disperata; potremmo, a tal proposito, citare (...) Heidegger: "Solo un Dio ci salverà". E tuttavia, non è affatto una bella prospettiva e non è per nulla una grande speranza, perché la vera questione è se sappiamo salvarci noi medesimi. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
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Saturday, 23 January 2016
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Gustavo Zabrebelsky)
Gustavo Zabrebelsky: Sembrerebbe che la ragione umana non abbia altro compito che quello di svilupparsi attraverso la produzione di conoscenze scientifiche e attraverso la loro applicazione tecnica, a loro volta realizzate in vista di uno sviluppo. La parola sviluppo sembra diventata una maledizione. Parrebbe che la nostra civiltà possa sopravvivere solo in quanto sia in grado costantemente di svilupparsi. C'è qualcosa in tutto ciò che appare perverso e che sembrerebbe corrispondere a qualche immagine mitologica come quella dell'uroboro, il serpente che divora la sua propria coda e dunque se stesso. Siamo immersi in un sistema economico e sociale in cui non basta nemmeno sopravvivere, perché pare che la sopravvivenza, senza sviluppo, debba corrispondere alla crisi. La normalità del nostro sistema sembrerebbe essere costituita dallo sviluppo. Ciò appare un'autentica condanna che mostra l'aberrazione del sistema sociale e culturale in cui viviamo. Osservando la recente crisi, sembrerebbe che la relazione tra la produzione e il consumo sia crollata quando è venuto meno il sostegno della finanza. E' facile, allora, attribuire la colpa alla finanza. Il problema è, invece, assai più complesso, perché è strutturale. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)
Edgar Morin: (...) ritengo che abbiamo un assoluto bisogno di una riforma profonda del pensiero. Soltanto in questo modo possiamo riempire l'attuale vuoto del pensiero politico. Il pensiero politico, che dovrebbe essere così importante per determinare la direzione del nostro itinerario, oggi è ammalato di tecnocratizzazione, burocratizzazione, econocratizzazione ed è unicamente ridotto all'economia, e nemmeno all'economia intesa in senso ampio e generale quanto piuttosto ad un certo tipo di economia definita come neoliberale che, come abbiamo constatato, altro non è se non la dittatura della speculazione finanziaria. Oggi il potere politico è impotente e perciò non è in grado di denunciare le cause della crisi e tanto meno di enunciare una via alternativa. Inoltre, il pensiero politico non è più alimentato, come accadeva del passato, da idee come quelle di Tocqueville, De Maistre, Marx, Proudhon. Oggi la politica si appoggia soltanto ad esperti iper-specializzati che offrono mere informazioni parcellizzate e che pertanto non possiedono una visione d'insieme capace di costituirsi a fondamento di una progettualità di lungo termine. Il sapere oggi genera un'enorme crescita di informazioni e di conoscenze frammentarie e slegate che determinano una nuova ignoranza rispetto ai problemi complessi e planetari. Su questa nuova forma di ignoranza cresce la sciagura della crisi. Credo quindi che oggi, per rigenerare l'etica, la solidarietà e la responsabilità, sia necessaria una coscienza lucida e aperta capace di indicare un nuovo cammino possibile. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)
Edgar Morin: Per dirigerci verso un'altra direzione, dobbiamo attuare una mera e propria metamorfosi, ossia realizzare allo stesso tempo una continuità e una discontinuità rispetto al passato, concretizzando le nostre qualità positive che siano ad ora sono rimaste in potenza. La metamorfosi alla quale penso è racchiusa nella formula Terra-Patria, che non esclude la dimensione locale e nazionale, ma che la accompagna ad una più vasta. Questa nuova dimensione non sarà certo il semplice ampliamento su scala mondiale delle istanze dello stato-nazione e nemmeno può essere immaginata sin d'ora in maniera molto precisa. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
Friday, 22 January 2016
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)
Edgar Morin: Nell'era planetaria che viviamo, dobbiamo fondare la nozione di umanità sull'appartenenza, sulla condivisione e sulla comunanza che riguardano la medesima patria terrestre. Assumere la comunità di destino significa assumere anche la cittadinanza terrestre. La solidarietà tra di noi e quella con il nostro pianeta sono ormai inscindibilmente legate. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)
Edgar Morin: La ragione (...) si compone (....) di una varietà molteplice di aspetti: esiste una ragione teorica che costruisce teorie con basi logiche ed empiriche, come nel caso delle teorie scientifiche; c'è una ragione critica, che si fonda sull'esercizio del dubbio e, combattendo l'illusione, l'errore, percepisce in maniera non conforme le evidenze rispetto alle quali i più sono ciechi; vi è infine anche una ragione autocritica che è forse la più necessaria e che tuttavia rimane minoritaria nella storia dell'Occidente: probabilmente inizia con Montaigne e termina con Leévi-Strauss. Credo, al contrario, che l'autocritica dovrebbe divenire una pratica costante per mantenere una coscienza permanentemente vigile e per sviluppare una nuova cultura del pensiero e anche della psiche. (...) sono convinto che dobbiamo riflettere sulle diverse manifestazioni patologiche della razionalità che la degradano nella malattia della razionalizzazione. (...) il concetto di razionalizzazione oggi va inteso in senso lato: la razionalizzazione è una falsa razionalità che si pretende razionale. Opera in maniera astratta, unidimensionale, parcellizzata, compartimentata, meccanicistica, disgiuntiva, riduzionista e così rompe il complesso del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi, separa ciò che è legato, unidimensionalizza il multidimensionale. In questo modo, più il mondo è complesso, più appare impensabile e impensato; più le questioni diventano multidimensionali, meno sono concepibili; più i problemi divengono planetari, più si fanno irriducibili; più progredisce la crisi, più aumenta l'incapacità di affrontarla. L'applicazione generalizzata della razionalizzazione, ossia del pensiero meccanicistico e parcellare, ha assunto storicamente una forma tecnocratica, econocratica e burocratica che ha coinvolto un numero sempre maggiore di attività dell'uomo, limitando la possibilità di quest'ultima di correggere gli errori e di sottrarsi ad uno strapotere che lo obbliga a obbedire a prescrizioni e formulari sempre più astratti e insensati. Tutto ciò va di pari passo con l'atomizzazione, l'anonimizzazione e l'irresponsabilità dell'uomo stesso. Si crede di rendere razionale la società a favore dell'uomo, e invece si riduce la complessità dell'uomo per adattarlo alla razionalizzazione della società. La tecnicizzazione, l'industrializzazione, l'urbanizzazione totali e toalizzanti si sono sviluppate proprio sotto l'egida della razionalizzazione. Le imprese, la competitività, la produttività, la burocratizzazione e l'iperstimolazione del profitto sono il risultato di questo tipo di sviluppo che a sua volta determina altri effetti: nuovi mali psichici e fisici, apparentemente individuali perché sofferti soggettivamente, ma, a tutti gli effetti, mali di civiltà. La follia, allora, appare un problema centrale dell'uomo e non il suo scarto, la sua eccentricità. E' sempre più necessario restituire alla razionalità le sue vere funzioni teoriche, critiche e autocritiche per mantenerla aperta alle molte resistenze del reale come l'incertezza, l'irrazionale e il mistero, di cui fa pur parte anche l'uomo con la sua irriducibile umanità. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti)
Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti: Il pensiero multidimensionale può aiutarci a comprendere uno dei grandi mali della nostra epoca, l'operare impazzito di una funzione di razionalizzazione tendente a bonificare e a eliminare tutto ciò che non è immediatamente inquadrabile entro le categorie assunte di volta in volta come privilegiate. Dinanzi alla perenne tentazione di rinchiudere il reale in una struttura prestabilita (teoria o ideologia che sia) Edgar Morin incita alla costituzione di un metodo della complessità che "ci richiede di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di comprendere la multidimensionalità, di pensare con la singolarità, con la località, con la temporalità, di non dimenticare mai le totalità integratrici". (La sfida della complessità, Feltrinelli, 1985)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti)
Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti: La sfida della complessità si pone all'intreccio di tutta una serie di problemi tecnici, tecnologici, scientifici, epistemologici, filosofici, antropologici. Pone in primo piano la natura irriducibilmente multidimensionale di ogni conoscenza. E la molteplicità di queste dimensioni prende corpo in maniera diversa per ogni differente itinerario individuale. (La sfida della complessità, Feltrinelli, 1985)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti)
Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti: La storia della complessità. come ogni storia, si sviluppa in modo diseguale, in molti luoghi, in tempi e con ritmi e direzioni differenti, indipendenti o addirittura contrastanti. (...) proprio l'approfondimento di queste specificità e di queste differenze è l'unica via per una loro comunicazione reciproca, per una loro integrazione, per una loro ibridazione, per una loro distinzione, per la costruzione di un discorso sulla complessità in grado di produrre sempre nuovi punti di vista, sempre nuovi universi del discorso, sempre nuovi scarti, sempre nuove controversie ... Si delinea così una consapevolezza sempre maggiore della non esaustività di ogni punto di vista, e del carattere irriducibilmente plurale dei punti di vista che di volta in volta concorrono e si contrappongono nella costruzione di ogni universo di discorso. (La sfida della complessità, Feltrinelli, 1985)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti)
Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti: (...) nelle scienze umane si delinea la possibilità di un approccio alla natura umana non mutilante. in grado di concepirla come completamente biologica e completamente culturale a un tempo, studiabile solo attraverso la messa in relazione di molteplici dimensioni isolate in campi disciplinari differenti; lo studio dei sistemi umani si trasforma attraverso lo sviluppo di un pensiero ecologico. (La sfida della complessità, Feltrinelli, 1985)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti)
Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti: La complessità è davvero una sfida. E' una sfida ambivalente, come Giano. Da una parte è l'irruzione dell'incertezza irriducibile nelle nostre conoscenze, è lo sgretolarsi dei miti della certezza, della completezza, dell'esaustività, dell'onniscienza che per secoli - quali comete - hanno indicato e regolato il cammino e gli scopi della scienza moderna. Ma d'altra parte non è soltanto l'indicazione di un ordine che viene meno; è anche e soprattutto l'esigenza e l'ineludibilità di un "approfondimento dell'avventura della conoscenza", di una "trasformazione dei giudizi di valore che operano nella selezione delle questioni legittime e dei problemi che è interessante porre, perfino di una nuova concezione del sapere", di un cambiamento estetico, di un "dialogo fra le nostre menti e ciò che esse hanno prodotto sotto forma di idee e di sistemi di idee". In questo senso il delinearsi di un "universo incerto" non è tanto il sintomo di una scienza in crisi, ma anche e soprattutto l'indicazione di un approfondimento del nostro dialogo con l'universo, l'indicazione della forza dei nuovi modelli elaborati dalle nostre scienze nel tentativo di tenere conto del massimo di certezze e di incertezze per affrontare ciò che è incerto. (La sfida della complessità, Feltrinelli, 1985)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti)
Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti: Non c'è una complessità ma delle complessità: non c'è una via d'accesso privilegiata alla complessità, ma piuttosto molteplici vie della complessità. (La sfida della complessità, Feltrinelli, 1985)
Sunday, 17 January 2016
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)
Edgar Morin: (...) anche oggi possiamo parlare, come hanno fatto Adorno e Horkeimer, di una "razionalità strumentale", in quanto appare chiaro che essa non è unicamente funzionale ai campi di sterminio, ma è al servizio di questa follia, di questa hybris, la quale deriva da un delirio di potenza già inscritto nelle parole con cui Cartesio indicava il metodo scientifico come lo strumento per fare dell'uomo "il padrone e il dominatore della natura". (...) Le scoperte di tutti i limiti, anche e soprattutto di quelli della ragione, costituiscono una delle acquisizioni più importanti tanto della conoscenza quanto della coscienza: noi ci rendiamo finalmente conto oggi che l'illusione di una conoscenza illimitata era il maggior limite alla conoscenza stessa e prendiamo infine coscienza di una realtà che eccede le nostre possibilità. Questo era ben noto ai nativi d'America assai prima della conquista europea. (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)
Edgar Morin: Ovunque homo continui a definirsi sapiens e ovunque regnino faber ed oeconomicus, la barbarie è sempre pronta a traboccare. Lo sviluppo della razionalità occidentale scientifica, tecnica, economica e militare è stato realizzato proprio al servizio di quel tipo di follia che gli antichi Greci definivano appunto come hybris, ossia come dismisura. L'intera avventura umana che oggi determina la distruzione del pianeta, la degradazione della biosfera e la moltiplicazione delle armi di distruzione di massa consiste in un processo incontrollato e puramente quantitativo realizzato all'insegna di un "sempre di più" che altro non è se non hybris. Tutta la razionalità occidentale sconfina spesso nella razionalizzazione, ponendosi in tal modo al servizio della hybris. Ovunque, e per decine d'anni, soluzioni sedicenti razionali, approntate da esperti convinti di operare per lo sviluppo e di incontrare solo superstizioni nei timori delle popolazioni, hanno arricchito pochi e impoverito molti, hanno distrutto molto e creato poco. Lo sviluppo smisurato ha creato sottosviluppo materiale e anche spirituale e umano. E' proprio la razionalizzazione, allora, a mostrarsi cieca. Distrugge in embrione tutte le possibilità di dubbio, eliminando tutte le opportunità di un giudizio correttivo e di una prospettiva di lungo termine, capace di valutare conseguenze che concernano le generazioni a venire. (...) (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Gustavo Zabrebelsky)
Gustavo Zagrebelsky: Uno dei problemi fondamentali del nostro tempo (...) è insito nella possibilità di sapere se, nella nostra società complessa, interdipendente o, se si vuole, globalizzata, ci sia ancora un posto per quell'autodeterminazione dei fini che costituisce, per definizione, la funzione fondamentale della politica, oppure se, nel contesto odierno, vice versa la scelta dei fini ci sia oggi preclusa, dal momento che constatiamo quotidianamente come la politica sia al di sotto di quell'intreccio di forze di forze economiche, tecnologiche e scientifiche (...) e dal momento anche che ci rendiamo conto pure di come essa paia ridursi al mero compito di amministrare, ossia di gestire le emergenze e perciò, di fatto, di agevolare lo sviluppo scientifico, tecnologico ed economico. (...) (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
Saturday, 16 January 2016
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Gustavo Zagrebelsky)
Riascoltiamo Gustavo Zagrebelsky: la relazione tra homo sapiens e homo demens, con l'intero portato di conseguenze dannose che gravano sull'umanità. Si tratta di un punto su cui oggi, come sappiamo, si riflette molto, in quanto riguarda la vita di tutte le civiltà basate sul trinomio scienza, tecnica, economia; un trinomio, questo, che sembra divorare la politica. Nell'unione di queste tre forze, ci chiediamo quindi anche, la politica, che ruolo ha ? Ha ancora un ruolo ? (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
Istituto fondamentale, Pensiero complesso (Edgar Morin)
Riascoltiamo Edgar Morin: Nel mondo contemporaneo della modernità o, se si vuole, della crisi della modernità. assistiamo ad una degradazione di tutte le solidarietà e le responsabilità tradizionali. (...) Le cause di questa degradazione sono nel sorgere dell'individualismo e nell'affermarsi della parcellizzazione del sapere e della conoscenza. (....) (Pensare la complessità per un umanesimo planetario, Mimesis, 2012)
Saturday, 26 December 2015
(Diario filosofico, Giudizio storico, Istituto fondamentale) Tracce di conoscenza - Pensiero complesso (Edgar Morin)
Riascoltiamo Edgar Morin: Dal punto di vista epistemologico, occorre sostituire il grande paradigma occidentale che ordina di conoscere per disgiunzione e riduzione e sostituirvi un paradigma che operi per distinzione e congiunzione e che possa perciò affrontare le contraddizioni dell'ordine che comporta disordine, della razionalità pura che senza sentimento diviene follia, della conoscenza che illumina e acceca e della civiltà che contiene anche la barbarie. Dal punto di vista cognitivo, invece, si rende necessario introdurre un'autoriflessione, in grado di promuovere un autoesame e un'autocritica permanenti. Sono sempre più necessari una conoscenza e un pensiero capaci di connettere tra loro reciprocamente i saperi, le parti al tutto e il tutto alle parti, il globale e il locale. Conoscenza e pensiero devono quindi saper contestualizzare, globalizzare, multidimensionalizzare per poter cogliere la complessità dei destini dell'individuo, della società, della specie e della terra nell'era planetaria. Un sapere e un pensiero complessi possono tentare di formulare una diagnosi sull'orientamento del nostro divenire, di definire le riforme necessarie per cambiare il corso intrapreso, di sviluppare l'attitudine a rispondere in maniera pertinente a situazioni inedite e incerte. (1)
(1) AA.VV., Pensare la complessità per un umanesimo planetario (Mimesis, 2012)
(1) AA.VV., Pensare la complessità per un umanesimo planetario (Mimesis, 2012)
(Diario filosofico - Giudizio storico - Istituto fondamentale) Tracce di conoscenza - Pensiero complesso (Edgar Morin)
Riascoltiamo Edgar Morin: Non è (...) difficile comprendere come gli sviluppi della cultura scientifica e di quella umanistica abbiano comportato non solo i vantaggi della divisione del lavoro, ma anche le perdite derivate dagli eccessi di specializzazione dei saperi. Abbiamo constatato come, di fatto, la frammentazione e la compartimentazione della conoscenza in discipline separate, opposte e non comunicanti abbia sottosviluppato sia per gli scienziati sia per gli umanisti l'attitudine a contestualizzare i dati del sapere e a integrarli in un sistema capace di attribuire loro un significato. L'iperspecializzazione rompe il tessuto complesso della realtà; il predominio del quantificabile nasconde le realtà soggettive e affettive. La nostra modalità di conoscenza parcellizzata provoca ignoranza, oltre all'incapacità di concepire e affrontare le questioni fondamentali e globali: la competenza in campi eccessivamente piccoli e chiusi conduce incompetenza riguardo alle influenze subite ed esercitate dal campo stesso in rapporto al contesto. In particolare, non è vero che una conoscenza è tanto più pertinente quante più sono le informazioni di cui dispone o se risponde ad una certa razionalizzazione matematica. Al contrario, essa è pertinente se sa collocarsi nel contesto, ossia se è capace di collegarsi ad un sistema più grande di sapere. Le cecità che risultano dal nostro sistema di conoscenze parcellizzate e disgiuntive sono molteplici: il riduzionismo, che riduce la conoscenza ad alcuni suoi costituenti presunti semplici; il binarismo, che scompone in vero e falso ciò che lo è solo parzialmente o ciò che è nello stesso tempo vero e falso; la causalità lineare, che ignora l'anello retroattivo in base al quale si auto-organizza ogni sistema complesso; il manicheismo, che concepisce in termini unicamente d'opposizione il rapporto tra il bene e il male. Se il nostro sistema culturale rimane dominato da un modo mutilato e astratto di conoscenza, il sapere e il pensiero che derivano ad ogni essere umano sono inadatti a cogliere le realtà nella loro complessità e globalità. (1)
(1) AA.VV., Pensare la complessità per un umanesimo planetario (Mimesis, 2012)
(1) AA.VV., Pensare la complessità per un umanesimo planetario (Mimesis, 2012)
(Diario filosofico - Giudizio storico - Istituto fondamentale) Tracce di conoscenza - Pensiero complesso (Edgar Morin)
Riascoltiamo Edgar Morin: La disgiunzione tra scienza ed etica, che inizialmente parve necessaria, non può ormai essere conservata, se consideriamo le questioni etiche e politiche implicate dagli sviluppi della scienza stessa. Si rende sempre più necessaria una nuova deontologia scientifica - per la fisica, almeno da quando è stata creata l'arma nucleare; per la biologia, almeno dal momento della scoperta del DNA, della fecondazione artificiale, della creazione delle chimere, del bambino in provetta, della clonazione e manipolazione delle cellule staminali; per la chimica e le scienze della terra, almeno da quando sono iniziate su larga scala le devastazioni della natura con l'inquinamento e la depredazione delle risorse vegetali, animali e minerali. (1)
(1) AA.VV., Pensare la complessità per un umanesimo planetario (Mimesis, 2012)
(1) AA.VV., Pensare la complessità per un umanesimo planetario (Mimesis, 2012)
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