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Tuesday, 20 December 2016
Saturday, 17 December 2016
Processi Critici - Libertà da - Libertà con (di Marco Emanuele)
Vogliamo insistentemente liberarci da qualcosa o da
qualcuno, normalmente dall’ altro, o di “uscire” da processi storici che ci
fanno perdere il contatto con la “nostra” realtà. Pratichiamo una libertà “negativa”,
ricercando un’affermazione in mondi “originari”
che ci danno certezza, sicurezza, identità. In tal modo ci leghiamo
irresponsabilmente solo con noi stessi e
con “quelli come noi”, scambiando la realtà-che-è con quella che vorremmo che
fosse, in qualche modo “rifugiandoci” in una sorta di “galera affettiva”,
esasperando ciò-che-siamo fino al punto di renderlo la nostra condanna storica.
Diventiamo prigionieri delle nostre presunte autenticità e purezza, illudendoci
di poter giocare la partita della storia da “soggetti strategici” e, nei fatti,
ritrovandoci sempre più atomizzati e soli.
Non nego che ciascuno di noi abbia bisogno di ri-tornare al
proprio mondo “originario”, di ri-trovarsi nelle proprie origini; si tratta di
una necessità naturale dell’essere umano, non eludibile. Altresì, però, l’essere
umano è creato per guardare oltre, per vivere pienamente, per aprirsi al mondo,
per conoscere; e qui sottolineo il conoscere “alla francese”, connaitre, che,
scritto con-naitre, significa nascere insieme, ri-nascere, ri-sorgere. L’essere
umano, dunque , è creato sia per essere se stesso che per ri-sorgere nella
realtà insieme a ogni altro DI sé. Se
neghiamo una di queste dimensioni ci priviamo di una parte fondamentale di noi,
esistiamo e non viviamo.
Nella “libertà da”, che sembra dominare, ci radicalizziamo,
arrendendoci al “vincolo di necessità 4.0” e sprofondando progressivamente in
una “autoreferenzialità a-progettuale”. È
come se non avessimo bisogno di altro, è come se ci bastassimo; nulla può
realizzarci al di là di noi e della nostra “cerchia”.
Proviamo a immaginare un mondo nel quale tutti si
limitassero a esistere, a essere “liberi da”. Sarebbe un mondo separato in
essenza, un mondo nel quale non avrebbero più senso le differenze ma dove “trionferebbero”
soltanto le diversità; avremmo a che fare con un mondo nel quale la mediazione
non sarebbe più di casa e dove ci “ridurremmo” a più o meno nobili compromessi.
Questo mondo ipotetico è così distante da quello di oggi ? La mia risposta è,
purtroppo, negativa. Non che io avverta una sorta di irrimediabilità, anzi, ma
credo che sia importante, soprattutto oggi, ri-tornare alla realtà-di-noi e alla realtà-che-è.
Ritornerò su questo passaggio. Ora è necessario guardare l’altra
faccia della medaglia, la “libertà con”. La “libertà da” e la “libertà con” ci
appartengono entrambe, direi che rappresentano il nostro perenne percorso verso
la “libertà piena”. Siamo in una situazione in cui esasperiamo la “libertà da”
e in cui siamo, consapevolmente o inconsapevolmente, avvolti nella paura della “libertà
con”.
Il grande paradosso a cui assistiamo è che, nel mondo
interconnesso, ci blocchiamo al
cambiamento, all’oltre che, però, ci percorre. La “libertà con” è la condizione
fondamentale per costruire quello spazio
pubblico che è l’anima della con-vivenza, il luogo nel quale vivere che –
nella mediazione e nella cooperazione – altro non è che vivere-in-comune. La “libertà con” chiede a ciascuno di noi un
supplemento di responsabilità e la capacità di problematizzarci e di
relativizzarci; solo così, progressivamente, potremo riuscire a costruire una “prospettiva
progettuale” nel mondo-che-è.
Spazio pubblico (Marco Emanuele)
Per r-tornare a essere umanità abbiamo bisogno di condividere orizzonti comuni, processi di senso, progetti di civiltà. Abbiamo bisogno di ri-trovare le ragioni e di luoghi dello spazio pubblico, di ri-pensare e di ri-costruire relazioni; non è un lavoro solo impegnativo ma è, ancora di più, una necessità strategica.
La nostra esperienza umana sta progressivamente de-generando per nostra stessa e diretta responsabilità . Siamo noi, infatti. I carnefici di noi stessi, quelli che stanno portando l’umano nel disumano, quelli che stanno disumanizzando il mondo fino al punto di renderlo teatro di una guerra permanente, illusoriamente “garantiti” dalla certezza della democrazia.
Continuiamo a esprimere le nostre piccole certezze, assolutizzandole e “dogmatizzandole” , pur di non perdere il ritmo della competizione, non rendendoci conto che la esasperazione della stessa è uno dei mali del nostro tempo. Certo, non possiamo non essere competitivi ma abbiamo la responsabilità di “disarmare” il nostro approccio, di comprendere che, senza cooperazione, la competizione è “gioco a perdere”, pur se ci fa vincere nell’imminenza.
Ci può essere spazio pubblico in un mondo solo competitivo o, per meglio dire, in un mondo nel quale le esperienze di cooperazione sono atti di buona volontà ma non sono organizzati sistemicamente in percorsi per progetti di civiltà ? il tema dello spazio pubblico è la sfida per il recupero di ciò che è comune, di ciò che ci tiene insieme. Lo scivolamento nel disumano parte dalla nostra incapacità di sentirci titolari di e responsabili per un destino comune, quasi che il “nostro” mondo interiore e valoriale e la “nostra” esperienza storica fossero gli unici possibili, i migliori, gli autentici.
Mai come oggi, in un mondo fortemente interconnesso, il fattore umano acquista una importanza straordinaria. Mai come oggi, infatti, si ri-propone una riflessione sulla persona umana, su ciò-che-siamo e su ciò-che-diventiamo.
Nel mondo interconnesso, caratterizzato piuttosto da una esasperata competizione che non da una realistica cooperazione, non riusciamo a costruire un mondo integrato. Ciò che non conosciamo e che non riconosciamo nella imminenza o non esiste o lo sentiamo diverso, straniero; tale approccio ci porta ad alzare muri, culturali o fisici, a condividere e a spingere su una retorica della paura che, a ben guardare e tragicamente, sta diventando sempre di più il linguaggio della politica perché, si dice sulla base di un trasferimento lineare, è il linguaggio della realtà.
Imminenza e paura, caratteristiche basiche del nostro “vincolo di necessità 4.0”, si sommano in un mix esplosivo e, a farne le spese, è il nostro stesso senso di umanità e la possibilità di fare con-vivenza, di con-dividere uno spazio comune, uno spazio pubblico.
Spazio pubblico non è solo una bella espressione. Esso rappresenta l’anima di ogni forma organizzata di convivenza che voglia salvaguardare e far progredire la nostra libertà; una libertà che, nel mondo di oggi, intendiamo più come una “libertà da” anziché come una “libertà con”.
La nostra esperienza umana sta progressivamente de-generando per nostra stessa e diretta responsabilità . Siamo noi, infatti. I carnefici di noi stessi, quelli che stanno portando l’umano nel disumano, quelli che stanno disumanizzando il mondo fino al punto di renderlo teatro di una guerra permanente, illusoriamente “garantiti” dalla certezza della democrazia.
Continuiamo a esprimere le nostre piccole certezze, assolutizzandole e “dogmatizzandole” , pur di non perdere il ritmo della competizione, non rendendoci conto che la esasperazione della stessa è uno dei mali del nostro tempo. Certo, non possiamo non essere competitivi ma abbiamo la responsabilità di “disarmare” il nostro approccio, di comprendere che, senza cooperazione, la competizione è “gioco a perdere”, pur se ci fa vincere nell’imminenza.
Ci può essere spazio pubblico in un mondo solo competitivo o, per meglio dire, in un mondo nel quale le esperienze di cooperazione sono atti di buona volontà ma non sono organizzati sistemicamente in percorsi per progetti di civiltà ? il tema dello spazio pubblico è la sfida per il recupero di ciò che è comune, di ciò che ci tiene insieme. Lo scivolamento nel disumano parte dalla nostra incapacità di sentirci titolari di e responsabili per un destino comune, quasi che il “nostro” mondo interiore e valoriale e la “nostra” esperienza storica fossero gli unici possibili, i migliori, gli autentici.
Mai come oggi, in un mondo fortemente interconnesso, il fattore umano acquista una importanza straordinaria. Mai come oggi, infatti, si ri-propone una riflessione sulla persona umana, su ciò-che-siamo e su ciò-che-diventiamo.
Nel mondo interconnesso, caratterizzato piuttosto da una esasperata competizione che non da una realistica cooperazione, non riusciamo a costruire un mondo integrato. Ciò che non conosciamo e che non riconosciamo nella imminenza o non esiste o lo sentiamo diverso, straniero; tale approccio ci porta ad alzare muri, culturali o fisici, a condividere e a spingere su una retorica della paura che, a ben guardare e tragicamente, sta diventando sempre di più il linguaggio della politica perché, si dice sulla base di un trasferimento lineare, è il linguaggio della realtà.
Imminenza e paura, caratteristiche basiche del nostro “vincolo di necessità 4.0”, si sommano in un mix esplosivo e, a farne le spese, è il nostro stesso senso di umanità e la possibilità di fare con-vivenza, di con-dividere uno spazio comune, uno spazio pubblico.
Spazio pubblico non è solo una bella espressione. Esso rappresenta l’anima di ogni forma organizzata di convivenza che voglia salvaguardare e far progredire la nostra libertà; una libertà che, nel mondo di oggi, intendiamo più come una “libertà da” anziché come una “libertà con”.
Thursday, 8 December 2016
Processi Critici - Sistemicità (di Marco Emanuele)
Per agire nel mondo in maniera pertinente, occorre "respirare" la complessità nostra e della realtà. Il che significa pensarci e pensare in maniera sistemica, includente, mediata, progettuale.
Solo la sistemicità ci mostra la realtà-che-è. Troppo spesso approcciamo noi stessi e il mondo in modo compartimentato, come se una parte di ciò-che-siamo e di ciò-che-è potesse rappresentare la verità definitiva di noi e della realtà. Ne consegue che, pressoché inevitabilmente, ci "riduciamo" a una presa d'atto superficiale e limitata dei processi storici vitali, restando al-di-qua della storia, irreali.
Certo, la sistemicità ci fa paura, ci costringe a uscire dal conosciuto, a rischiare, a problematizzarci, a percorrere le zone d'ombra che, ci piaccia o no, ci appartengono. D'altro canto, senza un approccio sistemico continueremo, come accade, a essere "solo" individui, a non conoscere (con-naitre, nascere insieme, ri-sorgere nella realtà), a non vivere da persone umane-soggetti storici.
Negarci alla sistemicità significa uscire dalla realtà, rafforzare quel "mondo exit" oggi dominante. Non è facile, sia chiaro, accogliere la complessità; nel terzo millennio del mondo a-polare, però, è progettualmente sempre più necessario.
Solo la sistemicità ci mostra la realtà-che-è. Troppo spesso approcciamo noi stessi e il mondo in modo compartimentato, come se una parte di ciò-che-siamo e di ciò-che-è potesse rappresentare la verità definitiva di noi e della realtà. Ne consegue che, pressoché inevitabilmente, ci "riduciamo" a una presa d'atto superficiale e limitata dei processi storici vitali, restando al-di-qua della storia, irreali.
Certo, la sistemicità ci fa paura, ci costringe a uscire dal conosciuto, a rischiare, a problematizzarci, a percorrere le zone d'ombra che, ci piaccia o no, ci appartengono. D'altro canto, senza un approccio sistemico continueremo, come accade, a essere "solo" individui, a non conoscere (con-naitre, nascere insieme, ri-sorgere nella realtà), a non vivere da persone umane-soggetti storici.
Negarci alla sistemicità significa uscire dalla realtà, rafforzare quel "mondo exit" oggi dominante. Non è facile, sia chiaro, accogliere la complessità; nel terzo millennio del mondo a-polare, però, è progettualmente sempre più necessario.
Processi Critici - Agire nel mondo (di Marco Emanuele)
E' venuto il tempo di un "progetto di civiltà".
Se guardiamo al mondo con "realismo critico" dobbiamo considerare che in esso con-vivono, come in ciascuno di noi, continue tensioni alla integrazione e alla dis-integrazione, alla interconnessione e all'exit. Tali tensioni sono umane e naturali, caratteristiche fondanti e fondamentali il e del percorso dell'umano nella storia.
Ciò che si nota, con maggiore evidenza nel nostro mondo a-polare, è che tali continue tensioni diventano, nella non cultura dell'imminenza e della competizione esasperate, violenza diffusa, de-generazione dello spazio pubblico, cancellazione degli spazi e dei luoghi di esperienza e di partecipazione politica, progettuale, visionaria.
Rischiamo, in maniera crescente, di lasciarci andare agli istinti primordiali (im-mediati, cioè non mediati), associando la libertà alla superficialità di noi e non ri-flettendoci nella complessità (e nelle complessità) di ciò che siamo come persone umane (mondi-nel-mondo) e come umanità (il noi-globale).
Mentre cerchiamo ossessivamente una "perfezione lineare" ci ritroviamo vittime di noi stessi, al contempo individui atomizzati e massa (paradosso interessante e pericoloso), non più ri-trovandoci umani e, dunque, meravigliosamente contraddittori e incerti.
Mi soffermo sul paradosso individuo atomizzato - massa che potrebbe essere uno sguardo utile sul e nel mondo di oggi, per agire in esso in maniera pertinente.
L'individuo atomizzato, che esiste come tale e che non vive da persona umana - soggetto storico, è alla spasmodica ricerca di una purezza originale, autentica, della realizzazione di un sogno identitario territorialmente limitato e definito, dai contorni ben chiari. Al contempo, quell'individuo non trova un "suo" posto nel mondo ma esiste difendendosi, prigioniero della paura e della necessità di sicurezza; in questo, quell'individuo - come moltissimi altri - si omologa, si massifica, è drammaticamente schiavo pur sentendosi orgogliosamente libero.
Se guardiamo al mondo con "realismo critico" dobbiamo considerare che in esso con-vivono, come in ciascuno di noi, continue tensioni alla integrazione e alla dis-integrazione, alla interconnessione e all'exit. Tali tensioni sono umane e naturali, caratteristiche fondanti e fondamentali il e del percorso dell'umano nella storia.
Ciò che si nota, con maggiore evidenza nel nostro mondo a-polare, è che tali continue tensioni diventano, nella non cultura dell'imminenza e della competizione esasperate, violenza diffusa, de-generazione dello spazio pubblico, cancellazione degli spazi e dei luoghi di esperienza e di partecipazione politica, progettuale, visionaria.
Rischiamo, in maniera crescente, di lasciarci andare agli istinti primordiali (im-mediati, cioè non mediati), associando la libertà alla superficialità di noi e non ri-flettendoci nella complessità (e nelle complessità) di ciò che siamo come persone umane (mondi-nel-mondo) e come umanità (il noi-globale).
Mentre cerchiamo ossessivamente una "perfezione lineare" ci ritroviamo vittime di noi stessi, al contempo individui atomizzati e massa (paradosso interessante e pericoloso), non più ri-trovandoci umani e, dunque, meravigliosamente contraddittori e incerti.
Mi soffermo sul paradosso individuo atomizzato - massa che potrebbe essere uno sguardo utile sul e nel mondo di oggi, per agire in esso in maniera pertinente.
L'individuo atomizzato, che esiste come tale e che non vive da persona umana - soggetto storico, è alla spasmodica ricerca di una purezza originale, autentica, della realizzazione di un sogno identitario territorialmente limitato e definito, dai contorni ben chiari. Al contempo, quell'individuo non trova un "suo" posto nel mondo ma esiste difendendosi, prigioniero della paura e della necessità di sicurezza; in questo, quell'individuo - come moltissimi altri - si omologa, si massifica, è drammaticamente schiavo pur sentendosi orgogliosamente libero.
Tuesday, 6 December 2016
Clash in the third millennium (by Marco Emanuele)
The de-generation of representative democracies and the presence of pre-totalitarian tracks in the today's world suggest that the clash in the third millennium is among the organization of coexistence according to freedom and justice and the totalitarian risk; this risk is inherent in this "no global globalization", where there is an unnatural gap between the technological and IT innovations and the reality of the worlds-of-life.
Too often we do not see the totalitarian risk and we continue to live apart from reality, convinced of a linear approach that increases our discomfort and inequalities, making us more and more "prisoners" of the "necessity" of the competition and of the immediate success at any cost.
We have no idea of the "common", of the "public space"; political thinking has stagnated at '900 and the decisions of the ruling classes are based on a lack of understanding of the vital historical processes.
Too often we do not see the totalitarian risk and we continue to live apart from reality, convinced of a linear approach that increases our discomfort and inequalities, making us more and more "prisoners" of the "necessity" of the competition and of the immediate success at any cost.
We have no idea of the "common", of the "public space"; political thinking has stagnated at '900 and the decisions of the ruling classes are based on a lack of understanding of the vital historical processes.
Monday, 5 December 2016
Nella realtà-che-è (di Marco Emanuele)
Nel mondo a-polare, estremamente fluido, noto il prevalere delle "reazioni" sulle "relazioni" internazionali. Questo fa il paio con una "globalizzazione a-globale" in democrazie che sono, in realtà, "a-democrazie".
Quando si invoca il popolo "sovrano" (?) bisogna tenere in conto il dato della imprevedibilità. Siamo giunti a un punto di non ritorno, a un momento storico nel quale la forza delle innovazioni tecnologiche e informatiche (4.0) ha, come contraltare, società sempre più divise e individui che tendono a rifugiarsi in un particolare "irresponsabile" e a "uscire" dalla oppressione a-progettuale degli establishment.
L'imprevedibilità si fa reale e oggi lo vediamo. Tutti i nostri paradigmi, nessuno escluso, sono ampiamente messi in discussione dalla realtà; è ora di accorgercene e di lavorare, insieme, a un "progetto di civiltà" che viva nella realtà-che-è. Senza voler essere troppo pessimista, ne va della salvezza dell'umanità e del pianeta e, in tale contesto, della salvezza di ciascuno di noi.
Referendum e "mondo exit" (di Marco Emanuele)
Anche il referendum costituzionale in Italia, caratterizzato da un'alta affluenza, ripropone alle democrazie il tema del "mondo exit". Si storicizza, sempre di più, il bisogno di fuga dall' establishment politico, qualunque esso sia. Ne viene che il popolo, quello profondo, non sopporta più la distanza da "classi politiche" che, fattesi élite tecnocratiche, non solo non risolvono ma drammaticamente aggravano le diseguaglianze e il disagio esistenti.
C'è, ad opera dei cosiddetti "governanti", un sempre più grave distacco dalla realtà. E questa volta, almeno in Italia, il popolo si è fatto sentire anche nei numeri dei votanti. Non entro nel merito della partita istituzionale che si apre con le dimissioni del Presidente del Consiglio ma penso che, almeno gli intellettuali (o ciò che ne resta), dovrebbero porsi il problema di un ri-pensamento progettuale della democrazia nell'ambito di un ri-pensamento generale, e strategico, della politica.
Basta che non si dica che gli italiani hanno scelto l'anti-politica. Cosa c'è di più politico di un voto anti-sistema ma, purtroppo, senza la minima traccia di visioni di medio-lungo termine ?
C'è, ad opera dei cosiddetti "governanti", un sempre più grave distacco dalla realtà. E questa volta, almeno in Italia, il popolo si è fatto sentire anche nei numeri dei votanti. Non entro nel merito della partita istituzionale che si apre con le dimissioni del Presidente del Consiglio ma penso che, almeno gli intellettuali (o ciò che ne resta), dovrebbero porsi il problema di un ri-pensamento progettuale della democrazia nell'ambito di un ri-pensamento generale, e strategico, della politica.
Basta che non si dica che gli italiani hanno scelto l'anti-politica. Cosa c'è di più politico di un voto anti-sistema ma, purtroppo, senza la minima traccia di visioni di medio-lungo termine ?
Saturday, 3 December 2016
Processi Critici - La partita strategica del "giudizio storico" (di Marco Emanuele)
In un mondo nel quale parliamo di mediazione e pratichiamo il compromesso, nel quale la libertà è solo “libertà da” (giustificazione del “mondo exit”) e non “libertà con” (principio del “mondo globale”), nel quale inneggiamo alla civiltà e continuiamo a voler civilizzare, nel quale i modelli solo quantitativi negano la complessità della realtà, si apre la partita strategica del “giudizio storico”. Scrivo di partita strategica perché risulta chiaro, con un approccio realistico, che siamo immersi nel pre-giudizio, che è giudizio senza conoscenza, giudizio al-di-qua della realtà.
Giudizio storico significa giudizio nella storia, capacità/responsabilità di essere “soggetti storici”. Anche in democrazia, nei nostri sistemi sempre più fragili e “senza demos” (a-democrazie), occorre ripensare il concetto di cittadinanza che, nell’attuale contesto aperto e fluido, non può più essere solo territorialmente definito e culturalmente limitato alla nostra identità consolidata e certa. Se vogliamo salvare l’esperienza democratica dobbiamo comprendere, e com-prendere in noi, i “segni dei tempi”, quelli che ci indicano dove sta andando il mondo e che ci chiamano a una responsabilità al contempo culturale e di governo.
Il “giudizio storico” impone una trasformazione radicale dei nostri paradigmi. Infatti, siamo passati dal mondo bi-polare al mondo a-polare senza passare dalla linearità dell’approccio bianco-nero, amico-nemico, alla complessità della realtà-che-è. Mentre i fenomeni storici sono profondamente interrelati, l’umanità è divisa, le diseguaglianze aumentano e il disagio si allarga nella paura imperante che genera un ossessivo bisogno di sicurezza; è così che esistiamo in una globalizzazione carica di dis-umanità e non viviamo la dimensione globale dell’umano contraddittorio e incerto.
Se guardiamo il mondo, e ciascuno di noi, dal punto di vista delle transizioni e delle informalità, risultano chiari la pochezza e la pericolosità della esasperazione delle reciproche certezze; esasperazione che si somma, in un mix esplosivo, all’abitudine di esaltare ogni punto di vista fino a dogmatizzarlo e di renderci soggetti di verità “a prescindere” dalla verità dinamica della realtà.
Giudizio storico significa giudizio nella storia, capacità/responsabilità di essere “soggetti storici”. Anche in democrazia, nei nostri sistemi sempre più fragili e “senza demos” (a-democrazie), occorre ripensare il concetto di cittadinanza che, nell’attuale contesto aperto e fluido, non può più essere solo territorialmente definito e culturalmente limitato alla nostra identità consolidata e certa. Se vogliamo salvare l’esperienza democratica dobbiamo comprendere, e com-prendere in noi, i “segni dei tempi”, quelli che ci indicano dove sta andando il mondo e che ci chiamano a una responsabilità al contempo culturale e di governo.
Il “giudizio storico” impone una trasformazione radicale dei nostri paradigmi. Infatti, siamo passati dal mondo bi-polare al mondo a-polare senza passare dalla linearità dell’approccio bianco-nero, amico-nemico, alla complessità della realtà-che-è. Mentre i fenomeni storici sono profondamente interrelati, l’umanità è divisa, le diseguaglianze aumentano e il disagio si allarga nella paura imperante che genera un ossessivo bisogno di sicurezza; è così che esistiamo in una globalizzazione carica di dis-umanità e non viviamo la dimensione globale dell’umano contraddittorio e incerto.
Se guardiamo il mondo, e ciascuno di noi, dal punto di vista delle transizioni e delle informalità, risultano chiari la pochezza e la pericolosità della esasperazione delle reciproche certezze; esasperazione che si somma, in un mix esplosivo, all’abitudine di esaltare ogni punto di vista fino a dogmatizzarlo e di renderci soggetti di verità “a prescindere” dalla verità dinamica della realtà.
Processi Critici - Per un "globale" di civiltà (di Marco Emanuele)
Quella che chiamiamo globalizzazione e che, con tutta evidenza, fatica a trovare un senso globale, rischia di avvolgerci e di travolgerci, non calandosi, problematizzandosi, nella realtà-che-è. La “non cultura” tecnocratica crea modelli certi e lineari che non fanno i conti con la complessità della realtà e con la sua “verità dinamica”; modelli che, pressoché resi titolari di una “vita autonoma” e resi onnicomprensivi e omologanti a causa della nostra irresponsabilità e della nostra indifferenza, cercano di misurare, quantificare, determinare la realtà in una pratica che non esito a definire “pre-totalitaria”.
Quando non avvertiamo il respiro della storia,non ri-cercando nelle informalità e nelle transizioni (dove scorre la vita), siamo nel pieno di un processo de-generativo che è crisi non compresa culturalmente e non governata politicamente. La crisi è naturale e necessaria nei processi umani, perfino ri-generativa; tale prospettiva positiva, della crisi che diventa opportunità, è possibile nel momento in cui abbiamo un pensiero sulla crisi, quando ci muoviamo lungo il sentiero progettuale della ri-appropriazione della realtà-in-noi.
Accettare la inevitabilità di modelli tecnocratici senz’anima globale, pratica sempre più diffusa nel mondo a-polare, significa consolidare il distacco tra noi e la realtà e, al contempo, rimanere vittime di una dis-umanità che sembra trionfare, paradossalmente nella nostra incapacità di andare oltre la superficialità dell’esperienza umana.
Ci sono fenomeni umani i irreversibili ? Mi pongo questa domanda pensando alle tante sollecitazioni che vediamo, nel mondo di oggi, di voglia di “exit” da ciò che non ci sia noto e che non sia territorialmente limitato, certo, autentico, lineare; una voglia che viene spacciata, a seconda dei casi, come bisogno di sovranità, di auto-determinazione, di libertà. A partire dalla Brexit, che ha segnato uno spartiacque storico come l’11 settembre, è evidente la voglia di ritornare a nazionalismi “irresponsabili”, quasi cercando di uscire, di fuggire dalla globalizzazione e da tutti i tentativi, certamente problematici, di democrazia sovrannazionale.
Chiunque abbia studiato in maniera critica il ‘900 sa che il ritorno alle origini, al dato identitario, oltre a rappresentare un bisogno naturale e legittimo di ogni essere umano, può diventare un atteggiamento e una pratica “irresponsabili”; è venuto il tempo di pensare visioni di ”comune”, di ri-costruire relazioni, di ri-trovare l’importanza della mediazione e della progettualità, di operare sintesi innovative di civiltà.
Quando non avvertiamo il respiro della storia,non ri-cercando nelle informalità e nelle transizioni (dove scorre la vita), siamo nel pieno di un processo de-generativo che è crisi non compresa culturalmente e non governata politicamente. La crisi è naturale e necessaria nei processi umani, perfino ri-generativa; tale prospettiva positiva, della crisi che diventa opportunità, è possibile nel momento in cui abbiamo un pensiero sulla crisi, quando ci muoviamo lungo il sentiero progettuale della ri-appropriazione della realtà-in-noi.
Accettare la inevitabilità di modelli tecnocratici senz’anima globale, pratica sempre più diffusa nel mondo a-polare, significa consolidare il distacco tra noi e la realtà e, al contempo, rimanere vittime di una dis-umanità che sembra trionfare, paradossalmente nella nostra incapacità di andare oltre la superficialità dell’esperienza umana.
Ci sono fenomeni umani i irreversibili ? Mi pongo questa domanda pensando alle tante sollecitazioni che vediamo, nel mondo di oggi, di voglia di “exit” da ciò che non ci sia noto e che non sia territorialmente limitato, certo, autentico, lineare; una voglia che viene spacciata, a seconda dei casi, come bisogno di sovranità, di auto-determinazione, di libertà. A partire dalla Brexit, che ha segnato uno spartiacque storico come l’11 settembre, è evidente la voglia di ritornare a nazionalismi “irresponsabili”, quasi cercando di uscire, di fuggire dalla globalizzazione e da tutti i tentativi, certamente problematici, di democrazia sovrannazionale.
Chiunque abbia studiato in maniera critica il ‘900 sa che il ritorno alle origini, al dato identitario, oltre a rappresentare un bisogno naturale e legittimo di ogni essere umano, può diventare un atteggiamento e una pratica “irresponsabili”; è venuto il tempo di pensare visioni di ”comune”, di ri-costruire relazioni, di ri-trovare l’importanza della mediazione e della progettualità, di operare sintesi innovative di civiltà.
Processi Critici - Per una filosofia della ri-appropriazione (di Marco Emanuele)
Lavoriamo per una “filosofia della ri-appropriazione”. Per essere responsabili nella realtà, infatti, dobbiamo maturare un pensiero sistemico di ri-appropriazione della realtà-in-noi che parta, inevitabilmente, dalla conoscenza della realtà stessa.
Conoscere è molto diverso dall’essere informati. Se pensiamo il conoscere “alla francese”, connaitre, e proviamo a scriverlo come “con-naitre”, notiamo che conoscere significa “nascere insieme”, ri-nascere, ri-sorgere nella realtà. E questo è fondamentale perché la nostra responsabilità non può che vivere ed esercitarsi in un quadro di “noi-realtà”, non di un noi che sta al-di-qua di ciò che accade nella storia. Sembra banale dirlo ma, se ci pensiamo e complici vari fattori, se succede una strage in giro per il mondo, il nostro primo pensiero (non certo ingiustificato) va alla domanda “ci sono italiani ?”; noto, solo ad esempio, ben poco coinvolgimento, se non puramente retorico, di fronte alle centinaia di migliaia di vittime della guerra civile siriana. Aggiungo una domanda: ci preoccupiamo dei tanti conflitti dimenticati che insanguinano e sconvolgono interi popoli e il mondo ? In primo luogo, dunque, per essere responsabili dobbiamo conoscere “alla francese”, ri-coinvolgerci (emotivamente e progettualmente) nella realtà.
Dobbiamo conoscere la realtà, certamente, e dobbiamo farlo in maniera sistemica. Quella che chiamiamo globalizzazione, che preferisco definire “interrelazione sistemica globale”, ha bisogno di ri-trovare ragioni culturali e politiche, una strategia di senso globale, prospettive condivise; ciò è necessario perché la realtà che abbiamo di fronte ci dice che non esistono sistemi chiusi o processi storici distaccati dal resto. La domanda è: l’evoluzione tecnologica e informatica “si nutre” di un pensiero in grado di accompagnare i popoli ad utilizzarla in maniera pertinente o viaggia per conto proprio ?; quale è il rapporto tra la velocità e la radicalità dei cambiamenti tecnologici e informatici, la convivenza umana e i sistemi della sua organizzazione (primo fra tutti la democrazia) ?
In terzo luogo, al fine di poter esercitare la nostra responsabilità di ”soggetti storici” (non solo cittadini), sottolineata l’importanza del conoscere e del conoscere in maniera sistemica, dobbiamo lavorare sull’agire, sul nostro diventare “costruttori di realtà”, ri-creatori. Troppe volte parliamo di “interesse generale”, di “bene comune”, ecc., parole ed espressioni positive che ci richiamano all’oltre di noi che, semplicemente (ma non semplicisticamente), è l’altro e la realtà. Se non agiamo nell’oltre non siamo responsabili, se non usciamo da noi per ri-trovarci non siamo “soggetti storici”, non apparteniamo a quel “consesso umano” cui ci “aggrappiamo” facendo appello alla “società civile” o alla “comunità internazionale” che, nei fatti, non esistono.
Conoscere è molto diverso dall’essere informati. Se pensiamo il conoscere “alla francese”, connaitre, e proviamo a scriverlo come “con-naitre”, notiamo che conoscere significa “nascere insieme”, ri-nascere, ri-sorgere nella realtà. E questo è fondamentale perché la nostra responsabilità non può che vivere ed esercitarsi in un quadro di “noi-realtà”, non di un noi che sta al-di-qua di ciò che accade nella storia. Sembra banale dirlo ma, se ci pensiamo e complici vari fattori, se succede una strage in giro per il mondo, il nostro primo pensiero (non certo ingiustificato) va alla domanda “ci sono italiani ?”; noto, solo ad esempio, ben poco coinvolgimento, se non puramente retorico, di fronte alle centinaia di migliaia di vittime della guerra civile siriana. Aggiungo una domanda: ci preoccupiamo dei tanti conflitti dimenticati che insanguinano e sconvolgono interi popoli e il mondo ? In primo luogo, dunque, per essere responsabili dobbiamo conoscere “alla francese”, ri-coinvolgerci (emotivamente e progettualmente) nella realtà.
Dobbiamo conoscere la realtà, certamente, e dobbiamo farlo in maniera sistemica. Quella che chiamiamo globalizzazione, che preferisco definire “interrelazione sistemica globale”, ha bisogno di ri-trovare ragioni culturali e politiche, una strategia di senso globale, prospettive condivise; ciò è necessario perché la realtà che abbiamo di fronte ci dice che non esistono sistemi chiusi o processi storici distaccati dal resto. La domanda è: l’evoluzione tecnologica e informatica “si nutre” di un pensiero in grado di accompagnare i popoli ad utilizzarla in maniera pertinente o viaggia per conto proprio ?; quale è il rapporto tra la velocità e la radicalità dei cambiamenti tecnologici e informatici, la convivenza umana e i sistemi della sua organizzazione (primo fra tutti la democrazia) ?
In terzo luogo, al fine di poter esercitare la nostra responsabilità di ”soggetti storici” (non solo cittadini), sottolineata l’importanza del conoscere e del conoscere in maniera sistemica, dobbiamo lavorare sull’agire, sul nostro diventare “costruttori di realtà”, ri-creatori. Troppe volte parliamo di “interesse generale”, di “bene comune”, ecc., parole ed espressioni positive che ci richiamano all’oltre di noi che, semplicemente (ma non semplicisticamente), è l’altro e la realtà. Se non agiamo nell’oltre non siamo responsabili, se non usciamo da noi per ri-trovarci non siamo “soggetti storici”, non apparteniamo a quel “consesso umano” cui ci “aggrappiamo” facendo appello alla “società civile” o alla “comunità internazionale” che, nei fatti, non esistono.
Tuesday, 29 November 2016
Processi Critici - Le ragioni di un impegno (di Marco Emanuele)
Nel mondo di oggi c’è la necessità di uno “sguardo largo e lungo”. Avverto l’urgenza di un “progetto di civiltà” dicendo che, nel nostro mondo a-polare , esso viene sempre più male inteso e praticato come “progetto di civilizzazione”, di sopraffazione, di dominio anche attraverso l’utilizzo della maschera sfolgorante della democrazia, attraverso il “circo mediatico” e nel “vuoto politico”. Anche se è tutt’altro che facile, tento di contestualizzare il bisogno di un “progetto di civiltà” e di provare a rispondere alla domanda: perché occorre impegnarsi ? Certamente non ho l’ambizione di definire una risposta onnicomprensiva in questa riflessione, il che sarebbe folle, ma ho l’intenzione di avviare un processo, di ri-tornare alla realtà- in- noi, che spesso dimentichiamo.
Se dovessi individuare un punto dal quale sviluppare il ragionamento partirei da come si possa guardare alla storia: pongo il tema di un atteggiamento progettuale, dentro alle informalità e alle transizioni, dinamico che, invitando ciascuno di noi a calarsi dentro la verità della realtà (e a innovarsi, fecondandosi), nei fatti ci stravolge e ci chiama a una responsabilità del tutto sconosciuta al nostro pensiero ancora statico, lineare, separante, escludente, compartimentato, “novecentesco”, adatto a un mondo che non c’è più. E questo si vede, particolarmente ma non solo, in politica.
Scrivevo prima di “vuoto politico”. Ebbene, c’è una “miseria politica” per superare la quale non abbiamo bisogno di “angeli del cambiamento” (di quelli che “ci mettono la faccia” o, peggio mi sento, dei politici del “o riforme o morte” o del “dopo di me il nulla”) bensì di paradigmi innovativii, di ri-pensare per ri-fondare la politica in senso complesso. La spinta sulla personalizzazione cancella gli spazi dell’esperienza politica, del talento politico che è il talento di guardare dentro la realtà per guardare oltre. L’esperienza politica, calata nella realtà-che-è, permette di ri-pensare “luoghi” condivisi di partecipazione e di governo, ben sapendo che il governo della realtà non può essere onnicomprensivo perché, realtà docet, non tutto è governabile e, aggiungo io, fortunatamente.
Altresì, cambiano continuamente le forme e le modalità del partecipare e del governare. In un tempo storico nel quale lo “stato” novecentesco sta perdendo molto del suo senso e le democrazie rappresentative sono sempre di più “senza demos”, è tutt’altro che banale ri-fletterci nelle grandi questioni sulla convivenza.
La mia impressione, e non può che essere tale viste la fluidità, la velocità e la radicalità dei processi storici, è che non si possano più assolutizzare le nostre “certezze lineari” su noi stessi e sulla realtà, il che non significa – per quanto ovvio – che sia sbagliato avere certezze. Una sana cultura del dubbio serve a relativizzare le certezze, a problematizzarle, a calarle nella realtà rendendole realistiche. Troppi sono i processi storici nel tempo che viviamo, e troppa è la loro interrelazione sistemica e la loro innovazione veloce e radicale, per conservare come “eternamente immutabili” i “dogmi” della certezza e della linearità.
Basta guardarci intorno per capire che la realtà sembra evolvere “al di qua” della nostra responsabilità, quasi che il mondo debba proseguire la sua folle corsa competitiva nonostante noi. E in quel “nonostante noi” c’è tutto il dramma della grande maggioranza dell’umanità, laddove solo una piccola parte è davvero coinvolta nei processi storici “che contano”. Non sto facendo una constatazione antagonistica, contro qualcosa o contro qualcuno, ma mi limito a descrivere ciò che vedo così come, realisticamente, dovremmo cominciare a chiederci se il popolo è sempre stato, e sia davvero, sovrano nelle nostre democrazie.
Penso che sia venuto il tempo di “ri-appropriarci” di ciò- che-siamo e della realtà-che-è. Se la storia, la realtà, hanno bisogno della nostra partecipazione e del nostro contributo originale e irripetibile, altresì ciascuno di noi ha una responsabilità personale, diretta, ineludibile che non può delegare ad altri e della quale non può disfarsi come se fosse un fardello troppo grande da portare. Responsabilità non è solo “amore per la cosa pubblica” ma è anche coinvolgimento del cittadino che non è solo “fruitore” della democrazia ma che ne è anche “fornitore” in termini di esperienza, di creatività, di pensiero critico, di giudizio storico.
La realtà ci chiama perché noi siamo realtà, non la esauriamo ma ne siamo parte integrante e fondamentale. Ecco che abbiamo la responsabilità della sua evoluzione secondo “giustizia” e della sua “ri-creazione”, processi che non riguardano un “altro tempo” rispetto a quello che stiamo vivendo ma che, nel nostro tempo, ci portano nel profondo e nell’oltre. Infatti, la separazione tra noi e la realtà si lega alla scelta, sempre più diffusa, della “superficialità imminente” nell’ “eterno presente”.
Se dovessi individuare un punto dal quale sviluppare il ragionamento partirei da come si possa guardare alla storia: pongo il tema di un atteggiamento progettuale, dentro alle informalità e alle transizioni, dinamico che, invitando ciascuno di noi a calarsi dentro la verità della realtà (e a innovarsi, fecondandosi), nei fatti ci stravolge e ci chiama a una responsabilità del tutto sconosciuta al nostro pensiero ancora statico, lineare, separante, escludente, compartimentato, “novecentesco”, adatto a un mondo che non c’è più. E questo si vede, particolarmente ma non solo, in politica.
Scrivevo prima di “vuoto politico”. Ebbene, c’è una “miseria politica” per superare la quale non abbiamo bisogno di “angeli del cambiamento” (di quelli che “ci mettono la faccia” o, peggio mi sento, dei politici del “o riforme o morte” o del “dopo di me il nulla”) bensì di paradigmi innovativii, di ri-pensare per ri-fondare la politica in senso complesso. La spinta sulla personalizzazione cancella gli spazi dell’esperienza politica, del talento politico che è il talento di guardare dentro la realtà per guardare oltre. L’esperienza politica, calata nella realtà-che-è, permette di ri-pensare “luoghi” condivisi di partecipazione e di governo, ben sapendo che il governo della realtà non può essere onnicomprensivo perché, realtà docet, non tutto è governabile e, aggiungo io, fortunatamente.
Altresì, cambiano continuamente le forme e le modalità del partecipare e del governare. In un tempo storico nel quale lo “stato” novecentesco sta perdendo molto del suo senso e le democrazie rappresentative sono sempre di più “senza demos”, è tutt’altro che banale ri-fletterci nelle grandi questioni sulla convivenza.
La mia impressione, e non può che essere tale viste la fluidità, la velocità e la radicalità dei processi storici, è che non si possano più assolutizzare le nostre “certezze lineari” su noi stessi e sulla realtà, il che non significa – per quanto ovvio – che sia sbagliato avere certezze. Una sana cultura del dubbio serve a relativizzare le certezze, a problematizzarle, a calarle nella realtà rendendole realistiche. Troppi sono i processi storici nel tempo che viviamo, e troppa è la loro interrelazione sistemica e la loro innovazione veloce e radicale, per conservare come “eternamente immutabili” i “dogmi” della certezza e della linearità.
Basta guardarci intorno per capire che la realtà sembra evolvere “al di qua” della nostra responsabilità, quasi che il mondo debba proseguire la sua folle corsa competitiva nonostante noi. E in quel “nonostante noi” c’è tutto il dramma della grande maggioranza dell’umanità, laddove solo una piccola parte è davvero coinvolta nei processi storici “che contano”. Non sto facendo una constatazione antagonistica, contro qualcosa o contro qualcuno, ma mi limito a descrivere ciò che vedo così come, realisticamente, dovremmo cominciare a chiederci se il popolo è sempre stato, e sia davvero, sovrano nelle nostre democrazie.
Penso che sia venuto il tempo di “ri-appropriarci” di ciò- che-siamo e della realtà-che-è. Se la storia, la realtà, hanno bisogno della nostra partecipazione e del nostro contributo originale e irripetibile, altresì ciascuno di noi ha una responsabilità personale, diretta, ineludibile che non può delegare ad altri e della quale non può disfarsi come se fosse un fardello troppo grande da portare. Responsabilità non è solo “amore per la cosa pubblica” ma è anche coinvolgimento del cittadino che non è solo “fruitore” della democrazia ma che ne è anche “fornitore” in termini di esperienza, di creatività, di pensiero critico, di giudizio storico.
La realtà ci chiama perché noi siamo realtà, non la esauriamo ma ne siamo parte integrante e fondamentale. Ecco che abbiamo la responsabilità della sua evoluzione secondo “giustizia” e della sua “ri-creazione”, processi che non riguardano un “altro tempo” rispetto a quello che stiamo vivendo ma che, nel nostro tempo, ci portano nel profondo e nell’oltre. Infatti, la separazione tra noi e la realtà si lega alla scelta, sempre più diffusa, della “superficialità imminente” nell’ “eterno presente”.
Tuesday, 22 November 2016
(Signs of the times) "Right", "left", reality (Marco Emanuele)
In the a-polar world, "left" and "right" in politics no longer have sense. Today the problem is the clash between "emptied" democracies and pre-totalitarian signals. We must re-think democracy and, realistically, understand the reality-that-is. In the exasperation of competition we forget cooperation and we risk sacrificing dialogue and freedom in the name of the clash of civilizations and security.
Monday, 21 November 2016
(Segni dei tempi) Democrazia, classi dirigenti, realtà (Marco Emanuele)
Le democrazie "competitive 4.0" rischiano di perdere la loro "anima", di sacrificare l'esperienza democratica. Siamo arrivati al punto che il votare forze cosiddette "anti-sistema" o l' astenersi viene classificato come "anti-politica". Questa definizione rischia di far de-generare ancora di più l'esperienza democratica perché interpreta in modo erroneo scelte totalmente politiche dei cittadini.
Le classi dirigenti in democrazia, per ri-tornare a essere tali e non solo "megafoni" eterodiretti, dovrebbero ri-pensarsi alla luce dei nuovi "stimoli" che i processi democratici offrono loro. Qui il problema non è di essere a favore o contro alcune posizioni ma di ri-trovare il senso e la dignità della politica che continua e continuerà ad essere l'attività nobile che permette di comprendere e di governare ciò che accade nelle società. Le classi dirigenti hanno la responsabilità di considerare ciò che accade non come un errore (quando non è gradito) ma come la realtà-che-è, facendo i conti con il fatto che il mondo di oggi chiede sintesi politiche adeguate ai tempi, accantonando l'armamentario novecentesco ma anche guardando alle dinamiche del "secolo breve" per ri-pensarle e per cercare di capire come siamo arrivati a questo punto. Il mondo a-polare non si è formato per caso, non stiamo vivendo un accidente della storia.
Oggi, secondo me e ricordando Edgar Morin, siamo tornati alla preistoria della condizione umana. Da un lato abbiamo le grandi innovazioni tecnologiche e informatiche e, dall'altro lato, abbiamo lo sfogo incontrollato degli istinti primordiali; è fin troppo evidente che mancano la mediazione e la progettualità della politica e la "profondità" di un pensiero complesso. Ci vuole un impegno comune, e il più possibile condiviso, per ri-tornare alla realtà di ciò che stiamo diventando.
Le classi dirigenti in democrazia, per ri-tornare a essere tali e non solo "megafoni" eterodiretti, dovrebbero ri-pensarsi alla luce dei nuovi "stimoli" che i processi democratici offrono loro. Qui il problema non è di essere a favore o contro alcune posizioni ma di ri-trovare il senso e la dignità della politica che continua e continuerà ad essere l'attività nobile che permette di comprendere e di governare ciò che accade nelle società. Le classi dirigenti hanno la responsabilità di considerare ciò che accade non come un errore (quando non è gradito) ma come la realtà-che-è, facendo i conti con il fatto che il mondo di oggi chiede sintesi politiche adeguate ai tempi, accantonando l'armamentario novecentesco ma anche guardando alle dinamiche del "secolo breve" per ri-pensarle e per cercare di capire come siamo arrivati a questo punto. Il mondo a-polare non si è formato per caso, non stiamo vivendo un accidente della storia.
Oggi, secondo me e ricordando Edgar Morin, siamo tornati alla preistoria della condizione umana. Da un lato abbiamo le grandi innovazioni tecnologiche e informatiche e, dall'altro lato, abbiamo lo sfogo incontrollato degli istinti primordiali; è fin troppo evidente che mancano la mediazione e la progettualità della politica e la "profondità" di un pensiero complesso. Ci vuole un impegno comune, e il più possibile condiviso, per ri-tornare alla realtà di ciò che stiamo diventando.
Sunday, 20 November 2016
Elogio della crisi democratica (Marco Emanuele)
Con la consueta superficialità che contraddistingue il nostro tempo storico, la parola "crisi" viene declinata al negativo. Con particolare riferimento alla democrazia, se questa non va in crisi non è democrazia. Da una crisi, infatti, può nascere sempre una opportunità, possono rendersi "storiche" potenzialità e opportunità fino ad allora nascoste. Il punto, secondo me, è che siamo di fronte a una crisi della democrazia (qui intesa come sistema da "incarnare" e non da "esportare" linearmente) non governata politicamente e che può diventare anticamera della de-generazione democratica.
Se ci abituassimo a considerare la democrazia come uno strumento e come un processo (incerto), superando l'errore di considerarla un modello (certo), capiremmo quanto le crisi la riguardino e, naturalmente, la debbano percorrere. Il problema, però, è tutto politico; siamo avvolti in un pensiero politico ancora legato al '900, prigioniero di un mondo che non c'è più. I cambiamenti radicali e velocissimi determinati dalla (irreversibile) interrelazione sistemica globale (che chiamiamo globalizzazione) continuamente problematizzano i "vecchi" sistemi democratici che abbiamo ereditato e, con essi, l'idea di Stato.
Anziché calarci, ri-fletterci, nel mondo-che-è, continuiamo a cullarci dentro certezze che sono state ampiamente cancellate dalla storia. La Brexit ha rappresentato uno spartiacque che ci indica come siamo entrati in un "mondo exit", nel quale grandi parti di umanità sembrano cercare un rifugio in ciò che è prossimo, familiare, conosciuto; rifugio che, sempre più spesso, si sposa con un nazionalismo "malato" e "irresponsabile".
La democrazia, facendo i conti con la realtà, ha bisogno di entrare in crisi. Ora il problema è di raccogliere la sfida di un pensiero politico che entri nel terzo millennio, ri-pensandosi, ri-collegandosi alla realtà, ri-tornando a parlare il linguaggio della verità dinamica del mondo-che-è e dei mondi-che-sono e non rifugiandosi nella illusione di ciò che è stato.
Se ci abituassimo a considerare la democrazia come uno strumento e come un processo (incerto), superando l'errore di considerarla un modello (certo), capiremmo quanto le crisi la riguardino e, naturalmente, la debbano percorrere. Il problema, però, è tutto politico; siamo avvolti in un pensiero politico ancora legato al '900, prigioniero di un mondo che non c'è più. I cambiamenti radicali e velocissimi determinati dalla (irreversibile) interrelazione sistemica globale (che chiamiamo globalizzazione) continuamente problematizzano i "vecchi" sistemi democratici che abbiamo ereditato e, con essi, l'idea di Stato.
Anziché calarci, ri-fletterci, nel mondo-che-è, continuiamo a cullarci dentro certezze che sono state ampiamente cancellate dalla storia. La Brexit ha rappresentato uno spartiacque che ci indica come siamo entrati in un "mondo exit", nel quale grandi parti di umanità sembrano cercare un rifugio in ciò che è prossimo, familiare, conosciuto; rifugio che, sempre più spesso, si sposa con un nazionalismo "malato" e "irresponsabile".
La democrazia, facendo i conti con la realtà, ha bisogno di entrare in crisi. Ora il problema è di raccogliere la sfida di un pensiero politico che entri nel terzo millennio, ri-pensandosi, ri-collegandosi alla realtà, ri-tornando a parlare il linguaggio della verità dinamica del mondo-che-è e dei mondi-che-sono e non rifugiandosi nella illusione di ciò che è stato.
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