Friday, 4 December 2015

Worlds (Misna)

Cina - Secondo la tradizione buddhista lamaista maggioritaria nel Tibet storico, oggi diviso amministrativamente dopo la definitiva annessione cinese nel 1959, le maggiori autorità religiose non sono designate o elette, ma si ritiene si reincarnino in altri individui che a distanza di tempo saranno riconosciuti come loro eredi spirituali.
Una tradizione, quella della reincarnazione, che le autorità cinesi hanno sempre combattuto e che anche nei giorni scorsi hanno fatto sapere di volere assoggettare “alla vittoria della lotta anti-separatista”, come ha indicato Zhu Weiqun, presidente del Comitato per gli affari etnici e religiosi, organo di consulenza del parlamento cinese.
Una posizione sottoposta alla continua critica dei gruppi per i diritti umani e per la difesa dell'identità tibetana, oltre che del Dalai Lama. La questione della successione della massima autorità religiosa lamaista e fino alla sua rinuncia anche guida politica dei tibetani è centrale. Se infatti la figura di Tenzin Gyatso, 14° Dalai Lama, è stata finora centrale alla causa tibetana opposta alle pretese di controllo cinesi, la possibilità che in futuro la scelta del successore dipenda dalle opportunità di Pechino è intollerabile per la diaspora tibetana.
Pechino continua a considerare ufficialmente il Dalai Lama, Premio Nobel per la Pace e campione non solo della causa del suo popolo nel Tibet occupato e in esilio, ma anche della nonviolenza, come un agitatore, un pericoloso separatista. A sua volta, il leader religioso ha da tempo ufficialmente rinunciato a ogni pretesa di indipendenza (che è invece ancora obiettivo del governo tibetano in esilio) sostenendo la causa di un'ampia autonomia che garantisca l'identità culturale e religiosa del suo popolo.
Per il potere cinese, come ha sottolineato Zhu in una sua intervista al quotidiano Global Times, vicino al Partito comunista, dato che il Dalai Lama resta il principale leader politico del Tibet, “chiunque abbia questo nome controllerà politicamente il Tibet”. Una dichiarazione che è anche un'ammissione che la pretesa di controllo dei tibetani da parte cinese non è ancora completa.
Nel 1995, il Dalai Lama aveva indicato un bambino tibetano, Gedhun Choekyi Nyima, come reincarnazione del 10° Panchen Lama, seconda istituzione in ordine gerarchico del buddhismo tibetano. Pechino ha negato validità al suo riconoscimento e ne ha invece designato uno di propria scelta, Gyaincain Norbu. La scomparsa ormai ventennale di Nyima, tolto alla famiglia e da allora mai più riapparso, non ha portato all'accettazione di Norbu, il cui ruolo è rifiutato dalla maggioranza dei tibetani.

MalesiaNonostante l'identità prevalentemente musulmana, la società malese vede un crescente uso di alcolici e delle conseguenze a esso relative. Per questo il governo ha comunicato all'Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto) i punti essenziali di un piano per limitare la diffusione di bevande alcoliche, in particolare tra i giovani.
Tra questi, una nuova etichettatura che contenga un chiaro avvertimento degli effetti sulla salute e l'innalzamento del limite legale per il consumo dai 18 anni attuali a 21.
Kuala Lumpur ha sollecitato entro 60 giorni commenti dagli altri paesi-membri del Wto che siano utili a concretizzare una nuova politica di produzione, importazione e consumo di bevande alcoliche, che vede una situazione paradossale.
Da un lato, nonostante le resistenze di carattere religioso e pesanti accise, il consumo di alcolici è in crescita, con circa 3,5 milioni di consumatori su 30 milioni di abitanti. Inutile per ora l'effetto dissuasivo di pesanti dazi all'import di vino e alcolici di media-alta gradazione. Dall'altro, il paese è sede regionale di grandi produttori internazionali di bevande inebrianti e un forte esportatore verso paesi dell'area Asean. Un export del valore per lo scorso anno di 269 milioni di dollari per i superalcolici e di 156 milioni per la birra che ha come mete principali Singapore, Thailandia e Vietnam.

Costa d'AvorioUn appello alla popolazione a mantenere la calma è stato rivolto dal ministero della Difesa dopo raid di commando che hanno preso di mira due basi dell’esercito provocando 11 vittime in una zona al confine con la Liberia.
Le incursioni si sono verificate a Olodio, una località della Costa d’Avorio sud-occidentale a dieci chilometri dalla frontiera. Secondo lo stato maggiore dell’esercito, tra le vittime figurano sette soldati e tre assalitori. Nell’area sono stati inviati rinforzi e sono in corso rastrellamenti.
Fonti di stampa hanno accreditato l’ipotesi di episodi di banditismo legati alla coltivazione del cacao ma anche di una responsabilità di seguaci di Laurent Gbagbo, ex presidente in attesa di processo all’Aja per crimini contro l’umanità. I raid, che sarebbero partiti dal territorio liberiano, hanno seguito di poche settimane la conferma elettorale di Alassane Ouattara alla guida della Costa d'Avorio.

TanzaniaGli uffici della redazione di un’emittente radio privata di Zanzibar sono stati dati alle fiamme da un gruppo di assalitori non identificati: lo ha riferito il portavoce della polizia Salum Msangi, senza confermare né smentire se dietro l’episodio possano esserci motivazioni di carattere politico.
Arcipelago dell’Oceano Indiano con statuto di autonomia nell’ambito della Repubblica unita di Tanzania, Zanzibar sta attraversando una fase di tensione dopo l’annullamento del voto locale che si è tenuto a ottobre.
Le elezioni sono state invalidate dopo che l’opposizione si era proclamata vincitrice. In attesa della convocazione di un nuovo scrutinio, Zanzibar resta amministrata da un governo di unità guidato dal Chama Cha Mapinduzi (Ccm), il partito al potere in Tanzania sin dall’indipendenza.

Global“Riusciremo o falliremo sul nodo dei finanziamenti”: così a Parigi l’ambasciatrice sudafricana Nozipho Mxakato-Diseko, presidente del G77+Cina, gruppo che riunisce decine di paesi poveri ed emergenti, uno dei protagonisti dei negoziati nella capitale francese sul contrasto ai cambiamenti climatici.
“Vogliamo nuovi impegni di finanziamento” ha aggiunto Mxakato-Diseko: “Vogliamo sapere con certezza che i fondi e i trasferimenti di tecnologie ci saranno”. Il G77 riunisce alcuni dei paesi più poveri del mondo ma anche colossi in crescita impetuosa come Cina e India, tra i maggiori inquinatori del pianeta. Nel complesso, però, questa alleanza eterogenea rappresenta perlopiù realtà che subiscono le conseguenze delle scelte delle potenze ricche e industrializzate.
La presidente del G77+Cina ha fatto riferimento a un’intesa raggiunta in precedenti negoziati sulla base della quale i paesi più sviluppati si impegnano a trasferire 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 affinché i governi con meno risorse e più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici possano puntare sulle energie pulite e mitigare i danni ambientali e sociali.
A Parigi è in corso la XXI Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite (Unfccc) sui cambiamenti climatici. Entro l'11 dicembre, i rappresentanti di 195 paesi sono chiamati a mettere a punto strategie e definire impegni per ridurre le emissioni di gas serra. L'obiettivo imprescindibile, avvertono gli esperti dell'Onu, è contenere l’aumento delle temperature del pianeta entro i 2° rispetto all’era preindustriale.

EgittoSono almeno 12 – ma altre fonti parlano di 18 - le vittime di un attacco con bombe molotov al nightclub ‘Il pescatore’ nel quartiere di Agouza, al centro del Cairo. Lo riferiscono fonti mediche citate dal quotidiano Al Masry al Youm, secondo cui testimoni hanno riferito di aver visto tre uomini a bordo di motociclette che si allontanavano a gran velocità dal luogo dell’incidente.
L’esplosione nel locale - frequentato da stranieri e dalla borghesia cairota - è avvenuta tra le 5 e le 7 del mattino di venerdì, in corrispondenza del week end nel paese, a maggioranza musulmano.
Responsabili della sicurezza – che al momento stanno analizzando l’interno del locale – avrebbero già individuato alcuni dei responsabili dell’attacco.

IndonesiaTra i paesi che alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici in corso a Parigi hanno espresso l'intenzione a ridurre sensibilmente l'emissione di gas effetto-serra e polveri sottili immediatamente dannose per la salute umana, l'Indonesia si caratterizza per l'unicità della situazione.
Le sue emissioni, infatti, stimate solo negli ultimi mesi a 1,75 miliardi di tonnellate di gas effetto-serra e che per alcuni periodi quest'anno sono state le maggiori al mondo, derivano infatti dalla combustione di terreni a cui viene dato fuoco intenzionalmente per liberarli dalle scorie dei raccolti o per renderli disponibili a nuove piantagioni. Nel solo 2015, milioni di ettari sono stati devastati dai roghi, abituali nella stagione secca, ma che quest'anno hanno segnato un picco in concomitanza con la presenza di El Niño e di condizioni di particolare siccità.
La densa coltre di fumo originata dagli imponenti incendi nelle foreste di Sumatra e del Borneo indonesiano (Kalimantan), 130.000 i focolai individuati, ha avvolto ampie aree del Sud-Est asiatico con conseguenze sulla salute di milioni di persone e sulle economie di una mezza dozzina di paesi.
Una condizione che ha degradato potenzialmente il paese dal sesto al quarto posto tra i grandi inquinatori globali e che pone sul governo di Jakarta e sul presidente riformista Joko Widodo una grande responsabilità. In particolare quella di fare rispettare le leggi interne e gli impegni internazionali davanti allo strapotere delle multinazionali coinvolte nelle piantagioni e alla pressione degli interessi locali.

SudafricaDieci "piani di cooperazione", che prevedono finanziamenti e sostegno all'Africa per un totale di 60 miliardi di dollari: a presentarli è stato oggi il capo di Stato Xi Jinping, aprendo a Johannesburg un forum per la cooperazione Cina-Africa.
Alla vigilia dell'incontro il ministro degli Esteri Wang Yi aveva detto che Pechino si impegna a “una cooperazione crescente” attraverso nuove misure per i prossimi tre anni “a sostegno dello sviluppo” del continente.
A partecipare saranno tutti i paesi dell’Africa, con sole tre eccezioni dovute ai rapporti diplomatici con Taiwan: Burkina Faso, Sao Tomé e Principe e Swaziland.
Il vertice, che durerà fino a domani, si apre in un momento complesso da un punto di vista economico. Il rallentamento della crescita di Pechino, infatti, ha determinato una contrazione degli investimenti cinesi in Africa di circa il 40% su base annua.

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