L'incoraggiamento nella fede e l'invito al dialogo. Sono questi gli elementi che, parlando con la MISNA, il coordinatore generale della visita del Papa in Bolivia, mons. Aurelio Pesoa, vescovo ausiliare di La Paz, sottolinea tracciando un primo bilancio a caldo della tappa boliviana del viaggio apostolico di Papa Francesco appena concluso.
Monsignor Pesoa, il Santo Padre ha lasciato la Bolivia venerdì scorso. Dal suo particolare punto di osservazione, quali sono le sue impressioni di ciò che è avvenuto in quelle 44 ore, dopo quattro giorni di “decantazione”?
Era un viaggio molto atteso. Da tempo il popolo cristiano si chiedeva (e chiedeva a noi vescovi) quando ci avrebbe visitato il Papa, poiché essendo un Papa dell'America Latina, l'attendeva. E credo che nei quattro mesi si preparazione che abbiamo avuto a disposizione, si è generato entusiasmo che man mano che si avvicinava il momento si faceva sentire sempre di più. Il suo arrivo in Bolivia, mercoledì scorso, è stato motivo di grande gioia ma soprattutto di speranza. E i richiami che ci ha rivolto il Santo Padre ci incoraggiano a rafforzaci nella fede e a continuare a cercare di impegnarci sempre di più per ciò che crediamo e per ciò che speriamo.
Che valore o invito del Papa le pare che sia quello che ha meglio “centrato il bersaglio” per il momento che vive la Chiesa e il popolo boliviano?
Credo che una cosa che ha suscitato molto interesse sia stata soprattutto il suo invito ad essere uniti. Uniti tra tutti i cattolici e i cristiani del paese per cercare fini comuni come la giustizia e la difesa dell'ambiente. E credo che questi due obiettivi si possano raggiungere anche attraverso il dialogo mutuo tra tutte le persone che hanno delle responsabilità. Questo è uno dei concetti molto positivi rimasto nella mente e nel cuore di tante persone. L'ho notato parlando con la gente. Domenica, nelle diverse celebrazioni che ho officiato, i commenti su questo argomento sono stati quelli che ho ascoltato più spesso: il dialogo, e sapere che non siamo soli perché Dio continua ad esserci vicino.
Qual è invece l'elemento tra gli spunti del Santo Padre al cambiamento e alla conversione indirizzati a laici, sacerdoti e religiosi che ha colpito maggiormente nella Chiesa locale?
Un suo discorso molto interessante è stato quello pronunciato nel carcere di Palmasola. Davanti a queste persone private della libertà Papa Francesco ha detto cose che sono ancora molto presenti nei cuori. Per esempio, che reclusione non è sinonimo di esclusione. Questo ha molto colpito varie persone. Essere reclusi non significa che devono essere dimenticati o scartati, perché hanno diritto a una vera giustizia. Poi, nell'incontro con i religiosi e sacerdoti di giovedì, quello che ha impressionato maggiormente in questo senso è stato il richiamo, una volta di più, ad avvicinarci alla gente, e ad aprire tutti la mente e il cuore affinché non ci sia gente che grida senza essere ascoltata, e ad avere piuttosto la capacità, davanti al grido delle persone, di ascoltarle e di avvicinarci. Personalmente, credo che questo sia stato uno degli spunti più significativi. Almeno lo è stato per me.
Colpisce constatare che il quando il Papa “scuote” un certo tipo di pubblico, mette l'accento su qualche difetto da migliorare o sottolinea a volte anche la necessità di forti conversioni, i destinatari di tali messaggi non rimangono mortificati ma, al contrario, ne traggono una grande gioia e incoraggiamento...
È vero. Ma credo che piuttosto che rimproveri, si tratti di verità che aiutano a riprendre un cammino dal quale si era un po' usciti. Nel suo discorso al clero diocesano, i religiosi, le religiose e i seminaristi della Bolivia, il Santo Padre ci ha ricordato cos'è la missione e qual è il compito che ci è stato affidato. Ricordare da dove veniamo, è stata un'altra delle cose che ha ricalcato: “Non dimenticatevi da dove venite”. Perché sebbene la vocazione nasca in tutti i luoghi e contesti, come pure la nostra risposta alla chiamata, molti di noi vengono da famiglie povere, ed è quindi possibile che quando abbiamo una responsabilità a livello ecclesiale ci dimentichiamo “da dove veniamo”.
Negli ultimi anni, in Bolivia ci sono state frizioni tra Chiesa e Governo o almeno tra alcuni esponenti dell'una e dell'altro, e pare che prima di questa visita apostolica ci fosse un certo timore che da parte del Governo si potesse strumentalizzare il messaggio del Papa. È stato così?
In alcuni momenti può esserci stata da parte nostra, come Chiesa, quell'impressione. Tuttavia, nella misura in cui passava il tempo, ciò si è andato dileguando. Come conferenza episcopale avevamo molto chiaro il motivo pastorale della visita. È vero che il Papa è anche un capo di Stato, ma la sua visita non si poneva su un livello politico bensì di Chiesa, e questo l'abbiamo tenuto molto presente sin dall'inizio. L'impressione — la semplice impressione — che il Governo volesse strumentalizzare a suo favore la presenza, i gesti e le parole del Santo Padre, c'è stata, ma è andata svanendo, anche perché lo stesso presidente dello Stato Plurinazionale ha manifestato in un paio di occasioni nelle sue dichiarazioni che la visita del Papa era una visita pastorale. Circa le frizioni con il governo di cui parlava, certamente ci sono state, ma considero che spesso siano occorse per l'assenza di dialogo e di avvicinamento. E sono convinto che quando non si conosce qualcosa è molto facile avere pregiudizi. Ma nella misura in cui ci si va conoscendo, i pregiudizi vanno diluendosi e ci si rende conto che le cose non erano come si poteva aver pensato.
Monsignor Pesoa, il Santo Padre ha lasciato la Bolivia venerdì scorso. Dal suo particolare punto di osservazione, quali sono le sue impressioni di ciò che è avvenuto in quelle 44 ore, dopo quattro giorni di “decantazione”?
Era un viaggio molto atteso. Da tempo il popolo cristiano si chiedeva (e chiedeva a noi vescovi) quando ci avrebbe visitato il Papa, poiché essendo un Papa dell'America Latina, l'attendeva. E credo che nei quattro mesi si preparazione che abbiamo avuto a disposizione, si è generato entusiasmo che man mano che si avvicinava il momento si faceva sentire sempre di più. Il suo arrivo in Bolivia, mercoledì scorso, è stato motivo di grande gioia ma soprattutto di speranza. E i richiami che ci ha rivolto il Santo Padre ci incoraggiano a rafforzaci nella fede e a continuare a cercare di impegnarci sempre di più per ciò che crediamo e per ciò che speriamo.
Che valore o invito del Papa le pare che sia quello che ha meglio “centrato il bersaglio” per il momento che vive la Chiesa e il popolo boliviano?
Credo che una cosa che ha suscitato molto interesse sia stata soprattutto il suo invito ad essere uniti. Uniti tra tutti i cattolici e i cristiani del paese per cercare fini comuni come la giustizia e la difesa dell'ambiente. E credo che questi due obiettivi si possano raggiungere anche attraverso il dialogo mutuo tra tutte le persone che hanno delle responsabilità. Questo è uno dei concetti molto positivi rimasto nella mente e nel cuore di tante persone. L'ho notato parlando con la gente. Domenica, nelle diverse celebrazioni che ho officiato, i commenti su questo argomento sono stati quelli che ho ascoltato più spesso: il dialogo, e sapere che non siamo soli perché Dio continua ad esserci vicino.
Qual è invece l'elemento tra gli spunti del Santo Padre al cambiamento e alla conversione indirizzati a laici, sacerdoti e religiosi che ha colpito maggiormente nella Chiesa locale?
Un suo discorso molto interessante è stato quello pronunciato nel carcere di Palmasola. Davanti a queste persone private della libertà Papa Francesco ha detto cose che sono ancora molto presenti nei cuori. Per esempio, che reclusione non è sinonimo di esclusione. Questo ha molto colpito varie persone. Essere reclusi non significa che devono essere dimenticati o scartati, perché hanno diritto a una vera giustizia. Poi, nell'incontro con i religiosi e sacerdoti di giovedì, quello che ha impressionato maggiormente in questo senso è stato il richiamo, una volta di più, ad avvicinarci alla gente, e ad aprire tutti la mente e il cuore affinché non ci sia gente che grida senza essere ascoltata, e ad avere piuttosto la capacità, davanti al grido delle persone, di ascoltarle e di avvicinarci. Personalmente, credo che questo sia stato uno degli spunti più significativi. Almeno lo è stato per me.
Colpisce constatare che il quando il Papa “scuote” un certo tipo di pubblico, mette l'accento su qualche difetto da migliorare o sottolinea a volte anche la necessità di forti conversioni, i destinatari di tali messaggi non rimangono mortificati ma, al contrario, ne traggono una grande gioia e incoraggiamento...
È vero. Ma credo che piuttosto che rimproveri, si tratti di verità che aiutano a riprendre un cammino dal quale si era un po' usciti. Nel suo discorso al clero diocesano, i religiosi, le religiose e i seminaristi della Bolivia, il Santo Padre ci ha ricordato cos'è la missione e qual è il compito che ci è stato affidato. Ricordare da dove veniamo, è stata un'altra delle cose che ha ricalcato: “Non dimenticatevi da dove venite”. Perché sebbene la vocazione nasca in tutti i luoghi e contesti, come pure la nostra risposta alla chiamata, molti di noi vengono da famiglie povere, ed è quindi possibile che quando abbiamo una responsabilità a livello ecclesiale ci dimentichiamo “da dove veniamo”.
Negli ultimi anni, in Bolivia ci sono state frizioni tra Chiesa e Governo o almeno tra alcuni esponenti dell'una e dell'altro, e pare che prima di questa visita apostolica ci fosse un certo timore che da parte del Governo si potesse strumentalizzare il messaggio del Papa. È stato così?
In alcuni momenti può esserci stata da parte nostra, come Chiesa, quell'impressione. Tuttavia, nella misura in cui passava il tempo, ciò si è andato dileguando. Come conferenza episcopale avevamo molto chiaro il motivo pastorale della visita. È vero che il Papa è anche un capo di Stato, ma la sua visita non si poneva su un livello politico bensì di Chiesa, e questo l'abbiamo tenuto molto presente sin dall'inizio. L'impressione — la semplice impressione — che il Governo volesse strumentalizzare a suo favore la presenza, i gesti e le parole del Santo Padre, c'è stata, ma è andata svanendo, anche perché lo stesso presidente dello Stato Plurinazionale ha manifestato in un paio di occasioni nelle sue dichiarazioni che la visita del Papa era una visita pastorale. Circa le frizioni con il governo di cui parlava, certamente ci sono state, ma considero che spesso siano occorse per l'assenza di dialogo e di avvicinamento. E sono convinto che quando non si conosce qualcosa è molto facile avere pregiudizi. Ma nella misura in cui ci si va conoscendo, i pregiudizi vanno diluendosi e ci si rende conto che le cose non erano come si poteva aver pensato.
Padre Lombardi [direttore della sala stampa della S. Sede, ndr] ha detto in conferenza stampa che in tutti e tre i paesi che hanno ricevuto il Pontefice, la preparazione stessa del viaggio è stata in sé un'opportunità di dialogo e di avvicinamento molto positiva. Ha avuto anche lei questa impressione per quanto riguarda il suo paese? E pensa che si possa crescere in questo, per il bene comune della società boliviana?
Sì. Durante la preparazione c'è stato un avvicinamento molto positivo tra Chiesa e Stato. Perché abbiamo avuto piu riunioni in questi mesi che nei 6 -7 anni precedenti, per avere un'idea. C'è stato un interesse da parte del signor presidente, dei ministri e del governo come tale, e ci siamo riuniti in varie occasioni. E questo secondo me è un fatto positivo. Ora, passata la visita del Santo Padre, questo dovrebbe continuare. Può stabilirsi un dialogo aperto, sincero, un dialogo che dev'essere costruttivo e che deve aiutarci a camminare. Anche perché io credo che noi cattolici siamo cittadini di questa società, apparteniamo a questo paese, e nessuno di noi è estraneo alle necessità, alle pene e alle sofferenze di tutti. E mi immagino che anche in Ecuador e in Paraguay sia così. E allora credo che il primo fine deve essere cercare il bene, e se lo cerchiamo tra tutti, insieme possiamo ottenere un bene maggiore. Quindi ho la speranza che da qui in avanti si possa costruire un dialogo più stretto e di mutua collaborazione.
Sì. Durante la preparazione c'è stato un avvicinamento molto positivo tra Chiesa e Stato. Perché abbiamo avuto piu riunioni in questi mesi che nei 6 -7 anni precedenti, per avere un'idea. C'è stato un interesse da parte del signor presidente, dei ministri e del governo come tale, e ci siamo riuniti in varie occasioni. E questo secondo me è un fatto positivo. Ora, passata la visita del Santo Padre, questo dovrebbe continuare. Può stabilirsi un dialogo aperto, sincero, un dialogo che dev'essere costruttivo e che deve aiutarci a camminare. Anche perché io credo che noi cattolici siamo cittadini di questa società, apparteniamo a questo paese, e nessuno di noi è estraneo alle necessità, alle pene e alle sofferenze di tutti. E mi immagino che anche in Ecuador e in Paraguay sia così. E allora credo che il primo fine deve essere cercare il bene, e se lo cerchiamo tra tutti, insieme possiamo ottenere un bene maggiore. Quindi ho la speranza che da qui in avanti si possa costruire un dialogo più stretto e di mutua collaborazione.
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