(...) La crescita economica (growth) è fenomeno e concetto diverso da quello di sviluppo (development). Sul concetto di crescita economica troviamo molte definizioni nei manuali di economia. Sul concetto di sviluppo i manuali di economia non ci aiutano, perché il concetto di di sviluppo si carica di valenze non puramente economico-quantitative, ma culturali, intellettuali, sociali, politiche, soggettive. Teoricamente il concetto di sviluppo è più vicino al pensiero degli illuministi lombardi che parlavano di "processo di incivilimento", nell'ambito del quale non vi era distinzione tra crescita economica e sviluppo civile. Io mi trovo a mio agio con la definizione della "Populorum Progressio" (Paolo VI): "Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo". (...)
(...) la tecnica, con il suo inerente carico di rischio, accompagna da sempre l'avventura dell'uomo; la tecnica non è un dato estraneo all'uomo, un sovrappiù dotato di un proprio ritmo di progresso continuo e lineare, ma è indissolubilmente legata all'uomo e alla società umana, e ha avuto variazioni estreme in funzione dei valori, degli obiettivi, dell'organizzazione di una data società in un dato momento. (...)
(...) La missione iniziale della tecnica è quella di affrancare l'uomo perché possa dedicarsi a essere se stesso, ma essa presuppone un progetto di vita; la tecnica s'ingegnerà dunque a compiere la sua missione di aiutare l'uomo a realizzare i suoi progetti, ma non spetta a essa definire il progetto. (...)
(...) Dunque, guardiamoci dal pensare che il progresso tecnico-scientifico proceda meccanicamente in avanti e non possa segnare regressi. E' questo l'atteggiamento che, allentando le chiavi della cautela umana e della consapevolezza, rende possibili irruzioni di nuove barbarie. Anzi, per l'estensione che l'organizzazione tecnico-scientifica ha raggiunto, noi viviamo in un mondo straordinariamente fragile. Ma guardiamoci anche dall'attribuire alla tecnica mali e responsabilità che non le sono proprie. Quanto più impariamo a guardare a fondo in molte disfunzioni che ci affliggono, tanto più impareremo a leggerne le cause reali, premessa indispensabile per avviare i reali correttivi. (...)
(...) Certamente esistono e stanno emergendo nuove conoscenze tecnico-scientifiche che sollevano enormi e, talora, angosciosi problemi etici, sociali, pratici che incominciamo solo adesso a percepire, ma se restringo il campo d'osservazione al mondo che più conosco, al mondo dell'impresa e del lavoro produttivo, io vedo emergere prevalentemente tecniche colme di potenzialità positive. L'informatica distribuita, l'automazione, l'elettronica, la micromeccanica, i nuovi materiali, le nuove energie pulite; se propriamente gestite, se propriamente organizzate, se finalizzate a progetti di vita e non di morte, di sviluppo e non di accaparramento, queste tecniche non sono un novello vaso di Pandora. Sono anzi una benedizione divina, della quale, forse, non siamo degni. E dunque, sotto molti aspetti, noi abbiamo bisogno di più scienza e non di meno scienza, di più tecnica e non di meno tecnica, di più organizzazione e non di meno organizzazione. Più scienza, più tecnica, più organizzazione là dove esse sono ignorate se non disprezzate. (...)
(...) In tutti i campi sta crescendo una domanda di maggiore e migliore responsabilità, di maggiore e migliore potere. La parola d'ordine è "umanizzazione": dell'acciaio, della medicina, dell'informatica. Questa crescente, diffusa e pressante richiesta di umanizzazione è un segnale positivo, ancorché, in parte, confuso. E se ci caliamo nella domanda: "Cosa intendiamo con la parola umanizzazione ?", ci accorgiamo che intendiamo qualcosa di molto simile a quello che scriveva Romano Guardini nel 1951 (nel suo ancora oggi fondamentale libro: "Il potere"): "Il senso centrale della nostra epoca sarà di ordinare il potere in modo che l'uomo, facendone uso, possa rimanere uomo". Il problema è dunque: ordinare il potere, che vuol dire anche responsabilizzare il potere. (...)
(...) E scopriamo che il grande cancro dei nostri giorni non è la tecnologia, ma piuttosto la finanziarizzazione e la mercificazione di ogni cosa, anche delle cose che, come disse papa Wojtyla, non si possono e non si debbono né comprare né vendere. Certo, la violenza sull'uomo è sempre in agguato; è sempre pronta a ritornare anche dove sembrava sconfitta e la tecnologia può ad essa essere servile e utile strumento. (...)
(...) E ad ogni accrescimento della conoscenza e della tecnica, un pari o maggiore accrescimento di saggezza diviene necessario, come più necessarie divengono libertà e democrazia. (...)
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Sunday, 11 October 2015
L'impresa responsabile. capitolo "La finanziarizzazione dell'economia,della politica,del pensiero" (Marco Vitale) - citazioni -
(...) Non è un caso che la grande maggioranza delle "business school" del mondo, asservite al paradigma della finanziarizzazione dello stesso, abbia emarginato e poi cancellato la storia del pensiero economico. Ed invece, come scrive Giuliano da Empoli, dobbiamo fare come gli umanisti che, proprio attraverso lo studio degli antichi e della storia, hanno spalancato le porte alla sconvolgente modernità del Rinascimento. La "profondità storica" è elemento essenziale per scoprire il presente ed inventare il futuro e "l'economia non è tanto una scienza quanto una branca della storia"(G. da Empoli). Ma, come dice Octavio Paz, è necessario che tra tradizione e modernità, esista un ponte.
(....) Esiste oggi una lingua della oligarchia finanziaria dominante incomprensibile alla maggior parte dei contemporanei, (...) dai documenti delle imprese, si ha l'impressione che l'oligarchia finanziaria parli a se stessa in una lingua oscura. Bisogna tradurne il significato nella vita reale e per gli effetti sulla vita degli uomini. (...)
(...) Dopo la grande depressione degli anni '30 del '900, si intervenne sull'economia reale e la maggioranza della popolazione vide, sia pure con fatica, ricrescere il proprio reddito. Dopo la grande recessione del nostro tempo, si è pensato principalmente a tenere in piedi la finanza, e a beneficiarne è stato l'1% della popolazione. La partita, dunque, è difficilissima, quasi disperata. Ma da qualche tempo sprazzi di lucidità appaiono a macchia di leopardo. In molti ambienti siamo almeno ritornati a batterci contro il dominio della finanza. E questo spiega anche, come già detto, i tanti segnali di rinnovata attenzione ad Adriano Olivetti, ai suoi valori, alla sua concezione d'impresa, al suo rispetto per il lavoro concreto di uomini e donne, al suo amore per la fabbrica e per la comunità, alla sua opera. Ma dobbiamo stare attenti a non indulgere alla nostalgia e ricercare, nel passato, soluzioni a sfide nuove. Dal passato prendiamo i valori, gli insegnamenti, gli esempi, le esperienze che ancora valgono, ma le soluzioni le dobbiamo trovare noi attraverso il coraggio, l'innovazione e lo spirito di verità (la parresia dei greci). Dalla stessa fase della finanziarizzazione, ripulita dalle esasperazioni e strumentalizzazioni, vi sono utili lezioni e utili strumenti da trarre (....)
(....) Esiste oggi una lingua della oligarchia finanziaria dominante incomprensibile alla maggior parte dei contemporanei, (...) dai documenti delle imprese, si ha l'impressione che l'oligarchia finanziaria parli a se stessa in una lingua oscura. Bisogna tradurne il significato nella vita reale e per gli effetti sulla vita degli uomini. (...)
(...) Dopo la grande depressione degli anni '30 del '900, si intervenne sull'economia reale e la maggioranza della popolazione vide, sia pure con fatica, ricrescere il proprio reddito. Dopo la grande recessione del nostro tempo, si è pensato principalmente a tenere in piedi la finanza, e a beneficiarne è stato l'1% della popolazione. La partita, dunque, è difficilissima, quasi disperata. Ma da qualche tempo sprazzi di lucidità appaiono a macchia di leopardo. In molti ambienti siamo almeno ritornati a batterci contro il dominio della finanza. E questo spiega anche, come già detto, i tanti segnali di rinnovata attenzione ad Adriano Olivetti, ai suoi valori, alla sua concezione d'impresa, al suo rispetto per il lavoro concreto di uomini e donne, al suo amore per la fabbrica e per la comunità, alla sua opera. Ma dobbiamo stare attenti a non indulgere alla nostalgia e ricercare, nel passato, soluzioni a sfide nuove. Dal passato prendiamo i valori, gli insegnamenti, gli esempi, le esperienze che ancora valgono, ma le soluzioni le dobbiamo trovare noi attraverso il coraggio, l'innovazione e lo spirito di verità (la parresia dei greci). Dalla stessa fase della finanziarizzazione, ripulita dalle esasperazioni e strumentalizzazioni, vi sono utili lezioni e utili strumenti da trarre (....)
L'impresa responsabile. capitolo "Della despecializzazione come necessità" (Marco Vitale) - citazioni -
(...) Sono queste le fasi che spingono a passare da un'innovazione incrementale, tipica delle grandi strutture stabilizzate (tipo General Motors), all'innovazione dirompente (tipo Apple e tutta la Network Society). In questo passaggio non c'è solo un passaggio di conoscenza ma di potere. La cultura dell'interdisciplinarità non è più sufficiente; ciò che emerge, alla ricerca di un nuovo potere è la cultura dell'indisciplina.
Giuliano da Empoli: Non nasce dall'ordine, ma dal caos; non arriva dal centro, ma dai margini; non privilegia gli insider, ma gli outsider. Nella maggior parte dei casi, le rotture sono originate da soggetti estranei alla disciplina o da giovani appena entrati. Non avendo l'occasione o il tempo di indossare i paraocchi della dottrina dominante, gli outsider riescono a percepirne i limiti. Oltretutto, non hanno alcun interesse alla conservazione del sistema in essere. Al contrario degli specialisti più avanti negli anni, che hanno costruito tutto il loro curriculum sull'approfondimento della dottrina vigente, gli innovatori di rottura non chiedono il permesso. Se dovessero far approvare dall'alto i loro progetti, non ce la farebbero mai. In molti casi, non riuscirebbero neppure a scriverlo, un progetto di ricerca che si attenga ai codici dominanti o a un business plan con le carte in regola. Sono quasi sempre sonnambuli: non sanno esattamente cosa stanno facendo, né dove andranno a parare. Suonano senza spartito, inventano le regole man mano che procedono verso l'ignoto. Il loro contributo non può essere né misurato, né valutato sulla base delle norme vigenti o del giudizio dei pari. Per questo gli innovatori di rottura attraversano le barriere disciplinari, burocratiche, aziendali: la loro unica possibilità di sopravvivenza sta nella sovversione del sistema, nel ridefinire l'intero campo di gioco sulla base della loro visione. Più di ogni altra cosa, l'innovazione dirompente è indisciplinata.
E vi sono pochi dubbi che tutto ciò riapre il discorso sulla necessità di un nuovo umanesimo, che riporti al centro l'antico principio: omnia rerum mensura homo.
Giuliano da Empoli: Ecco perché, in tutti i campi, i nuovi umanisti sono all'opera per costruire passerelle e produrre inediti cortocircuiti. La loro è una sfida perigliosa, sempre sul filo dell'ostracismo. A ogni tornante, battaglioni di ignoranti istruiti sono pronti ad abbatterli con le accuse di sempre: dilettantismo, ingenuità, eresia. Fernand Braudel ci ha insegnato che l'umanesimo si contrappone sempre a qualcosa. In passato la tradizione, la superstizione, il principio di autorità; oggi gli eccessi del razionalismo e della misurabilità, il pret-à-porter degli ignoranti istruiti: tutto ciò che tende a sminuire l'uomo nella sua completezza, a ridurlo a una sola delle infinite dimensioni che lo compongono.
Vi è un soggetto dove la cultura dell'interdisciplinarità e dell'indisciplina non un "optional" ma una necessità, ed è l'impresa.
E' nella nostra storia che dobbiamo le radici vere dell'impresa del terzo millennio. Dobbiamo liberarci dai pestilenziali modelli americani, culturalmente e moralmente devastanti, che abbiamo rifilato a decine di generazioni per quasi cinquant'anni. E riprendere, invece, i modelli dell'impresa toscana, lombarda, genovese, veneziana, quando l'imprenditore italiano era ai vertici mondiali ed insieme creava modelli di città, di benessere serio, di convivenza civile. Andiamo a Siena a riflettere su come i grandi lanaioli e mercanti senesi abbiano, al contempo, creato grande ricchezza ed una grande cattedrale, un grande palazzo del popolo, una grande banca, un grande ospedale, Santa Maria della Scala, organizzazione esemplare per tutta l'Europa. Siena è la testimonianza viva che non esiste conflitto tra buona economia imprenditoriale e umanesimo civile, in uno sforzo continuo per tenere insieme economia, finanza, buon governo, arti, spiritualità, istituzioni sociali. Andiamo a riflettere sugli affreschi di natura civile, sugli effetti del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo del Popolo e sugli affreschi di assistenza sociale del grande ospedale (grande impresa) di Santa Maria della Scala. Il progetto "Welfare" non nasce nell'800 o nel '900 ma nasce lì, quando istituzioni produttive (imprese), opere di assistenza sociale, cultura si saldano in un patto di buongoverno che dona frutti meravigliosi, dei quali ancora oggi beneficiamo. La responsabilità prima degli imprenditori e degli studiosi indipendenti è, oggi, quella di collaborare all'exit da una concezione economica fine a se stessa, che si è cacciata in un vicolo cieco e senza speranza, per ricostruire un nuovo modello di sviluppo economico, sociale e culturale, riaprendo ed aggiornando tanti esempi, stimoli, insegnamenti dei quali la nostra storia è così ricca.
Giuliano da Empoli: Non nasce dall'ordine, ma dal caos; non arriva dal centro, ma dai margini; non privilegia gli insider, ma gli outsider. Nella maggior parte dei casi, le rotture sono originate da soggetti estranei alla disciplina o da giovani appena entrati. Non avendo l'occasione o il tempo di indossare i paraocchi della dottrina dominante, gli outsider riescono a percepirne i limiti. Oltretutto, non hanno alcun interesse alla conservazione del sistema in essere. Al contrario degli specialisti più avanti negli anni, che hanno costruito tutto il loro curriculum sull'approfondimento della dottrina vigente, gli innovatori di rottura non chiedono il permesso. Se dovessero far approvare dall'alto i loro progetti, non ce la farebbero mai. In molti casi, non riuscirebbero neppure a scriverlo, un progetto di ricerca che si attenga ai codici dominanti o a un business plan con le carte in regola. Sono quasi sempre sonnambuli: non sanno esattamente cosa stanno facendo, né dove andranno a parare. Suonano senza spartito, inventano le regole man mano che procedono verso l'ignoto. Il loro contributo non può essere né misurato, né valutato sulla base delle norme vigenti o del giudizio dei pari. Per questo gli innovatori di rottura attraversano le barriere disciplinari, burocratiche, aziendali: la loro unica possibilità di sopravvivenza sta nella sovversione del sistema, nel ridefinire l'intero campo di gioco sulla base della loro visione. Più di ogni altra cosa, l'innovazione dirompente è indisciplinata.
E vi sono pochi dubbi che tutto ciò riapre il discorso sulla necessità di un nuovo umanesimo, che riporti al centro l'antico principio: omnia rerum mensura homo.
Giuliano da Empoli: Ecco perché, in tutti i campi, i nuovi umanisti sono all'opera per costruire passerelle e produrre inediti cortocircuiti. La loro è una sfida perigliosa, sempre sul filo dell'ostracismo. A ogni tornante, battaglioni di ignoranti istruiti sono pronti ad abbatterli con le accuse di sempre: dilettantismo, ingenuità, eresia. Fernand Braudel ci ha insegnato che l'umanesimo si contrappone sempre a qualcosa. In passato la tradizione, la superstizione, il principio di autorità; oggi gli eccessi del razionalismo e della misurabilità, il pret-à-porter degli ignoranti istruiti: tutto ciò che tende a sminuire l'uomo nella sua completezza, a ridurlo a una sola delle infinite dimensioni che lo compongono.
Vi è un soggetto dove la cultura dell'interdisciplinarità e dell'indisciplina non un "optional" ma una necessità, ed è l'impresa.
E' nella nostra storia che dobbiamo le radici vere dell'impresa del terzo millennio. Dobbiamo liberarci dai pestilenziali modelli americani, culturalmente e moralmente devastanti, che abbiamo rifilato a decine di generazioni per quasi cinquant'anni. E riprendere, invece, i modelli dell'impresa toscana, lombarda, genovese, veneziana, quando l'imprenditore italiano era ai vertici mondiali ed insieme creava modelli di città, di benessere serio, di convivenza civile. Andiamo a Siena a riflettere su come i grandi lanaioli e mercanti senesi abbiano, al contempo, creato grande ricchezza ed una grande cattedrale, un grande palazzo del popolo, una grande banca, un grande ospedale, Santa Maria della Scala, organizzazione esemplare per tutta l'Europa. Siena è la testimonianza viva che non esiste conflitto tra buona economia imprenditoriale e umanesimo civile, in uno sforzo continuo per tenere insieme economia, finanza, buon governo, arti, spiritualità, istituzioni sociali. Andiamo a riflettere sugli affreschi di natura civile, sugli effetti del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo del Popolo e sugli affreschi di assistenza sociale del grande ospedale (grande impresa) di Santa Maria della Scala. Il progetto "Welfare" non nasce nell'800 o nel '900 ma nasce lì, quando istituzioni produttive (imprese), opere di assistenza sociale, cultura si saldano in un patto di buongoverno che dona frutti meravigliosi, dei quali ancora oggi beneficiamo. La responsabilità prima degli imprenditori e degli studiosi indipendenti è, oggi, quella di collaborare all'exit da una concezione economica fine a se stessa, che si è cacciata in un vicolo cieco e senza speranza, per ricostruire un nuovo modello di sviluppo economico, sociale e culturale, riaprendo ed aggiornando tanti esempi, stimoli, insegnamenti dei quali la nostra storia è così ricca.
L'impresa responsabile. capitolo "Della despecializzazione come necessità" (Marco Vitale) - citazioni -
(...) José Ortega y Gasset, 1929, qualche mese prima della Grande Depressione: In passato gli uomini potevano essere divisi tra colti e gli ignoranti, tutti rientravano più o meno in una categoria o nell'altra. Ma lo specialista non può essere ricompreso in alcuna di queste categorie. Egli non è colto, perché ignora formalmente tutto ciò che non rientra nella sua specialità, ma non è neppure ignorante, perché è uno scienziato e conosce assai bene la sua piccola porzione dell'universo. Potremmo definirlo un ignorante istruito, il che è un vero problema, perché significa che si tratta di una persona ignorante non come gli ignoranti di una volta, bensì con la particolare petulanza di chi è competente nella propria specifica materia. (...)
(....) Giuliano da Empoli: E' come se la crisi finanziaria avesse rivelato all'improvviso i limiti della cultura dell'iperspecialismo, che non è più in grado di dare risposta ad alcuna delle grandi questioni che interrogano l'uomo contemporaneo: dai dilemmi della scienza alla lotta al terrorismo, dalla sostenibilità ambientale alla società dell'informazione. Per questa ragione, in tutti i campi si moltiplicano le passerelle tra le discipline, il desiderio di sperimentare nuovi approcci e di uscire dai confini specialistici, i progetti per rimettere l'uomo e le sue aspirazioni al centro dei grandi processi che investono il mondo globalizzato. (...)
(....) Giuliano da Empoli: E' come se la crisi finanziaria avesse rivelato all'improvviso i limiti della cultura dell'iperspecialismo, che non è più in grado di dare risposta ad alcuna delle grandi questioni che interrogano l'uomo contemporaneo: dai dilemmi della scienza alla lotta al terrorismo, dalla sostenibilità ambientale alla società dell'informazione. Per questa ragione, in tutti i campi si moltiplicano le passerelle tra le discipline, il desiderio di sperimentare nuovi approcci e di uscire dai confini specialistici, i progetti per rimettere l'uomo e le sue aspirazioni al centro dei grandi processi che investono il mondo globalizzato. (...)
L'impresa responsabile (Marco Vitale) - citazioni -
(...) L'obiettivo primario dell'impresa è lo sviluppo, realizzato anche attraverso il profitto. Senza profitto non c'è sviluppo né in un'economia capitalista, né in un'economia collettivizzata. Ma il profitto non è sufficiente per lo sviluppo. Perché c'è il profitto senza sviluppo, c'è il profitto senza qualità, c'è il profitto monopolistico, c'è il profitto senza progresso dell'accumulazione tecnologica e della conoscenza organizzativa, c'è il profitto che deriva solo da connivenze di chi gestisce le casse pubbliche, c'è il profitto che devasta la terra, c'è il profitto che degrada le città, c'è il profitto che è solo apparente perché parte dei suoi costi di produzione si scaricano in bilanci diversi da quelli dell'impresa, c'è il profitto che miele solo e ha smesso di seminare; c'è il profitto sterile che non svolge più la sua funzione fecondatrice; c'è il profitto che, in realtà, è ormai solo consumo di quanto altri hanno accumulato nell'impresa; perché ci sono i profitti di guerra; perché ci sono i profitti di regime; perché c'è il profitto che deriva da spericolate speculazioni finanziarie; perché c'è profitto tesaurizzato e non distribuito con equilibrio tra i fattori della produzione. (....)
(...) Il tema di fondo sul quale il management è chiamato a rendere conto è proprio questo: il profitto che stiamo producendo è fertile o sterile ? E perché ci deve essere questa resa di conto ? Ma perché l'impresa, pur di proprietà e di gestione privata, è strumento strategico e operativo di sviluppo collettivo. Anche per questa via siamo risaliti alla concezione d'impresa. E attraverso questa a una concezione di società, che è quella che chiamiamo - per brevità - capitalismo democratico. (....)
(...) Il tema di fondo sul quale il management è chiamato a rendere conto è proprio questo: il profitto che stiamo producendo è fertile o sterile ? E perché ci deve essere questa resa di conto ? Ma perché l'impresa, pur di proprietà e di gestione privata, è strumento strategico e operativo di sviluppo collettivo. Anche per questa via siamo risaliti alla concezione d'impresa. E attraverso questa a una concezione di società, che è quella che chiamiamo - per brevità - capitalismo democratico. (....)
Saturday, 10 October 2015
L'impresa responsabile (Marco Vitale) - citazioni -
(...) Se il management non è capace di mediare e di bilanciare i diversi interessi, privati e pubblici, che si intersecano in quel nodo complesso che l'impresa; se esclude dalla sua capacità e addirittura dalla sua etica l'evitare eccessi; se quello che avviene intorno all'azienda è solo affare degli altri; se il sindacato è, per definizione, escluso dal collaborare al buon funzionamento dell'azienda, allora tutto ciò vuol dire: istituzionalizzare un puro schema conflittuale. (...) Vuol dire istituzionalizzare la guerra civile. E il manager diventa poco più che un uomo d'armi. Allora vuol dire che efficienza e responsabilità si escludono per definizione, proprio come affermano quelle concezioni culturali di stampo pre-industriale che, faticosamente, cerchiamo di superare. (...)
(...) L'impresa moderna non è solo un centro di produzione e di accumulazione del profitto. Perciò coloro che da un lato la esaltano come pura produttrice di profitto, e coloro che, dall'altro, la additano al pubblico odio, come una forma demoniaca di oppressione sull'uomo, sono entrambi epigoni di culture ottocentesche, sorpassate e pericolose. Essi chiamano a raccolta degli eserciti di cafoni per una insensata e dannosa guerra di religione, dalla quale sarebbe ora che ci liberassimo. La grande legittimazione dell'impresa sta nel fatto che essa è produttrice di sviluppo. Quando si acquisisce questa nozione, l'impresa diventa un organismo che supera il conflitto capitale - lavoro, il quale sopravviverà, ma dovrà trovare nuove forme di composizione, nel quadro di un riconosciuto interesse comune. Nessuno, né la proprietà, né il sindacato, hanno il diritto di distruggere l'impresa. E il management ha la responsabilità che ciò non avvenga. E ciò è possibile se e in quanto l'impresa riunisca, in un processo unitario e dinamico, tre tipi di accumulazione. L'impresa è tale solo quando l'accumulazione del capitale è strumentale al progredire dell'accumulazione della conoscenza tecnologica (quale luogo privilegiato dell'innovazione, del dinamismo, della produttività) e al progredire dell'accumulazione della conoscenza organizzativa e della cultura del lavoro. (...)
(...) L'impresa moderna non è solo un centro di produzione e di accumulazione del profitto. Perciò coloro che da un lato la esaltano come pura produttrice di profitto, e coloro che, dall'altro, la additano al pubblico odio, come una forma demoniaca di oppressione sull'uomo, sono entrambi epigoni di culture ottocentesche, sorpassate e pericolose. Essi chiamano a raccolta degli eserciti di cafoni per una insensata e dannosa guerra di religione, dalla quale sarebbe ora che ci liberassimo. La grande legittimazione dell'impresa sta nel fatto che essa è produttrice di sviluppo. Quando si acquisisce questa nozione, l'impresa diventa un organismo che supera il conflitto capitale - lavoro, il quale sopravviverà, ma dovrà trovare nuove forme di composizione, nel quadro di un riconosciuto interesse comune. Nessuno, né la proprietà, né il sindacato, hanno il diritto di distruggere l'impresa. E il management ha la responsabilità che ciò non avvenga. E ciò è possibile se e in quanto l'impresa riunisca, in un processo unitario e dinamico, tre tipi di accumulazione. L'impresa è tale solo quando l'accumulazione del capitale è strumentale al progredire dell'accumulazione della conoscenza tecnologica (quale luogo privilegiato dell'innovazione, del dinamismo, della produttività) e al progredire dell'accumulazione della conoscenza organizzativa e della cultura del lavoro. (...)
Wednesday, 30 September 2015
L'impresa responsabile (Marco Vitale) - citazioni -
La prevedibilità e la natura e portata della crisi sono anche strettamente connesse alla concezione dell'impresa e delle sue finalità. Gli ultimi 30 anni hanno visto il dominio di una teoria deliberante e distruttiva, quella della massimizzazione del valore per gli azionisti. (...)
Al centro deve esserci l'impresa e non la proprietà. La proprietà è solo una componente dell'impresa. Lo slogan che bisogna interessarsi solo della massimizzazione di valore per gli azionisti è più che una favola, un micidiale errore. Ha giustificato nella prassi le più immonde sconcezze. Ha fatto fare al pensiero manageriale un regresso di oltre 80 anni (...) Il compito degli amministratori e dei dirigenti è di far fiorire l'impresa, soggetto di sviluppo collettivo, e, per questa via ed indirettamente, anche di far crescere, a lungo termine, il valore per gli azionisti. Chiedere a un amministratore di interessarsi solo o prevalentemente della creazione di valore per gli azionisti è chiedere allo stesso di comportarsi da idiota o da irresponsabile. (...)
L'impresa è un'equazione complessa, non c'è solo la proprietà. Ci sono la proprietà, il lavoro, la conoscenza accumulata, il territorio, l'ambiente. E il mandato professionale, e quindi l'etica del management, non è quello di produrre, comunque, valore per gli azionisti: è quello di produrre "per buono procacciamento" valore aggiunto per l'impresa, in modo che questo valore poi, attraverso l'equazione impresa, si distribuisca tra tutti i soggetti interni ed esterni alla stessa, secondo le proporzioni stabilite (...)
l'impresa non è un gulag, un campo di concentramento, è un soggetto storico che fiorisce se i suoi talenti, dentro, fioriscono in modo ordinato, ma vivo.
Due sottolineature dalle parole di Marco Vitale:
- l'impresa è un'equazione complessa
- l'impresa è un soggetto storico
Al centro deve esserci l'impresa e non la proprietà. La proprietà è solo una componente dell'impresa. Lo slogan che bisogna interessarsi solo della massimizzazione di valore per gli azionisti è più che una favola, un micidiale errore. Ha giustificato nella prassi le più immonde sconcezze. Ha fatto fare al pensiero manageriale un regresso di oltre 80 anni (...) Il compito degli amministratori e dei dirigenti è di far fiorire l'impresa, soggetto di sviluppo collettivo, e, per questa via ed indirettamente, anche di far crescere, a lungo termine, il valore per gli azionisti. Chiedere a un amministratore di interessarsi solo o prevalentemente della creazione di valore per gli azionisti è chiedere allo stesso di comportarsi da idiota o da irresponsabile. (...)
L'impresa è un'equazione complessa, non c'è solo la proprietà. Ci sono la proprietà, il lavoro, la conoscenza accumulata, il territorio, l'ambiente. E il mandato professionale, e quindi l'etica del management, non è quello di produrre, comunque, valore per gli azionisti: è quello di produrre "per buono procacciamento" valore aggiunto per l'impresa, in modo che questo valore poi, attraverso l'equazione impresa, si distribuisca tra tutti i soggetti interni ed esterni alla stessa, secondo le proporzioni stabilite (...)
l'impresa non è un gulag, un campo di concentramento, è un soggetto storico che fiorisce se i suoi talenti, dentro, fioriscono in modo ordinato, ma vivo.
Due sottolineature dalle parole di Marco Vitale:
- l'impresa è un'equazione complessa
- l'impresa è un soggetto storico
Saturday, 26 September 2015
L'impresa responsabile (Marco Vitale) - citazioni -
(...) il successo o l'insuccesso dell'impresa è anche legato e dipendente dal contesto. Perciò una capacità di lettura del mondo circostante, delle tendenze e delle previsioni in economia è fondamentale per poter impostare una strategia ed una gestione corretta e utile. Sotto questo profilo la crisi iniziata nel 2008 è piena di utili insegnamenti. (...)
(...) i maggiori danni gli economisti non li hanno fatti nel non prevedere la crisi, bensì nel negare tenacemente che fosse una crisi sistemica, nel continuare ad alimentare prospettive di uscita prossima ventura dalla crisi, senza nulla cambiare, a vedere la crisi come una normale crisi congiunturale. (...)
(...) i maggiori danni gli economisti non li hanno fatti nel non prevedere la crisi, bensì nel negare tenacemente che fosse una crisi sistemica, nel continuare ad alimentare prospettive di uscita prossima ventura dalla crisi, senza nulla cambiare, a vedere la crisi come una normale crisi congiunturale. (...)
Wednesday, 23 September 2015
L'impresa responsabile (Marco Vitale) - citazioni -
(...) l'economia imprenditoriale e il capitalismo democratico sono beni rari e troppo preziosi, per illuderci che possano essere acquisiti una volta per tutte. Ogni tanto si aprono delle piccole finestre nell'ambito delle quali si può lavorare seriamente e costruttivamente e raggiungere qualche risultato. Ma poi è necessario difendere queste conquiste con molta tenacia, dall'inevitabile riflusso. E' una continua lotta, una continua tensione alla quale dobbiamo, con fede, essere sempre pronti. (...)
(...) La grave crisi attuale chiama ad un profondo ripensamento di tante cose. Si è riaperta una di quelle finestre nelle quali si può riprendere un lavoro serio. Si può ricominciare a pensare. Se sapremo essere moralmente, intellettualmente, culturalmente forti, cioè se riusciremo a liberarci dai falsi idoli e dai veleni del nostro tempo, forse il mondo emergerà da questa grande crisi migliore di prima. (...)
(...) Solo quando ci decideremo a trattare le imprese per quello che sono, organizzazioni sociali con tutte le debolezze, le incertezze, gli egoismi, le infamità della società umana, dove degli uomini normali cercano, spesso non riuscendovi, di trovare un punto di equilibrio tra gli obiettivi sociali e l'avidità di chi le guida, allora anche i fallimenti aziendali ci appariranno meno enigmatici e sorprendenti. (...)
(...) l'insegnamento di Socrate: "la verità si trova nell'incertezza" (...)
(...) La grave crisi attuale chiama ad un profondo ripensamento di tante cose. Si è riaperta una di quelle finestre nelle quali si può riprendere un lavoro serio. Si può ricominciare a pensare. Se sapremo essere moralmente, intellettualmente, culturalmente forti, cioè se riusciremo a liberarci dai falsi idoli e dai veleni del nostro tempo, forse il mondo emergerà da questa grande crisi migliore di prima. (...)
(...) Solo quando ci decideremo a trattare le imprese per quello che sono, organizzazioni sociali con tutte le debolezze, le incertezze, gli egoismi, le infamità della società umana, dove degli uomini normali cercano, spesso non riuscendovi, di trovare un punto di equilibrio tra gli obiettivi sociali e l'avidità di chi le guida, allora anche i fallimenti aziendali ci appariranno meno enigmatici e sorprendenti. (...)
(...) l'insegnamento di Socrate: "la verità si trova nell'incertezza" (...)
L'impresa responsabile (Marco Vitale) - citazioni -
(...) l'impresa operante in una società aperta è, per sua natura, basata sullo sviluppo delle capacità intellettuali e morali dell'uomo. Essa può esplicare tutto il suo potenziale economico, organizzativo, culturale solo in una società aperta, non feudale, non mafiosa. Alla lunga, per fiorire e durare, essa ha bisogno di una società giusta, razionale, liberale, guidata dai principi di professionalità e responsabilità. (...)
(...) il grosso della teoria economica, attratta da una crescente e illusoria matematizzazione dell'economia, da un interesse solo per i movimenti dei grandi aggregati, monetari e fiscali, e da una crescente separatezza dall'economia vera e reale come realizzata dai soggetti operatori economici, ignora (con le poche eccezioni già ricordate) l'impresa e si disinteressa dei suoi problemi e dei suoi comportamenti. E questa è una tendenza non solo italiana (ché, anzi, con Giorgio Fuà, Sylos Labini, Stefano Zamagni e pochi altri fa eccezione), ma internazionale (...)
(...) il grosso della teoria economica, attratta da una crescente e illusoria matematizzazione dell'economia, da un interesse solo per i movimenti dei grandi aggregati, monetari e fiscali, e da una crescente separatezza dall'economia vera e reale come realizzata dai soggetti operatori economici, ignora (con le poche eccezioni già ricordate) l'impresa e si disinteressa dei suoi problemi e dei suoi comportamenti. E questa è una tendenza non solo italiana (ché, anzi, con Giorgio Fuà, Sylos Labini, Stefano Zamagni e pochi altri fa eccezione), ma internazionale (...)
Tuesday, 22 September 2015
L'impresa responsabile (Marco Vitale) - citazioni -
(...) E' mia convinzione che la dottrina e quindi la pratica manageriale non riusciranno a passare a una fase più matura della loro elaborazione se non riusciranno a collocare le loro problematiche fondamentali in una prospettiva culturale più ampia e propria, che comprenda la teoria della responsabilità, della proprietà, delle organizzazioni sociali e del loro finalismo, dei processi di apprendimento, dello sviluppo generale. (...)
(...) I maggiori danni vengono da coloro che vi descrivono l'economia e l'impresa come un insieme di regole e di principi meccanici, oggettivi, statici, ripetitivi. Le discipline economiche che pure sono le più vicine allo studio di sistemi viventi composti da esseri umani che sono in continua integrazione fra loro e con le risorse naturali, la maggiore parte delle quali sono, a loro volta, organismi viventi, sono rimaste le discipline più legate al paradigma meccanicistico, cartesiano-newtoniano. Eppure si tratta di un paradigma travolto da tutte le scienze più avanzate nello scrutare i misteri della natura e della vita ... (...)
(...) esiste una stretta connessione tra i valori d'impresa come centro autonomo d'innovazione in senso schumpeteriano, i valori della società e le sue performance tecniche ed economiche (...)
(...) I maggiori danni vengono da coloro che vi descrivono l'economia e l'impresa come un insieme di regole e di principi meccanici, oggettivi, statici, ripetitivi. Le discipline economiche che pure sono le più vicine allo studio di sistemi viventi composti da esseri umani che sono in continua integrazione fra loro e con le risorse naturali, la maggiore parte delle quali sono, a loro volta, organismi viventi, sono rimaste le discipline più legate al paradigma meccanicistico, cartesiano-newtoniano. Eppure si tratta di un paradigma travolto da tutte le scienze più avanzate nello scrutare i misteri della natura e della vita ... (...)
(...) esiste una stretta connessione tra i valori d'impresa come centro autonomo d'innovazione in senso schumpeteriano, i valori della società e le sue performance tecniche ed economiche (...)
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