Sunday, 11 October 2015

L'impresa responsabile. capitolo "Della despecializzazione come necessità" (Marco Vitale) - citazioni -

(...) Sono queste le fasi che spingono a passare da un'innovazione incrementale, tipica delle grandi strutture stabilizzate (tipo General Motors), all'innovazione dirompente (tipo Apple e tutta la Network Society). In questo passaggio non c'è solo un passaggio di conoscenza ma di potere. La cultura dell'interdisciplinarità non è più sufficiente; ciò che emerge, alla ricerca di un nuovo potere è la cultura dell'indisciplina.
Giuliano da Empoli: Non nasce dall'ordine, ma dal caos; non arriva dal centro, ma dai margini; non privilegia gli insider, ma gli outsider. Nella maggior parte dei casi, le rotture sono originate da soggetti estranei alla disciplina o da giovani appena entrati. Non avendo l'occasione o il tempo di indossare i paraocchi della dottrina dominante, gli outsider riescono a percepirne i limiti. Oltretutto, non hanno alcun interesse alla conservazione del sistema in essere. Al contrario degli specialisti più avanti negli anni, che hanno costruito tutto il loro curriculum sull'approfondimento della dottrina vigente, gli innovatori di rottura non chiedono il permesso. Se dovessero far approvare dall'alto i loro progetti, non ce la farebbero mai. In molti casi, non riuscirebbero neppure a scriverlo, un progetto di ricerca che si attenga ai codici dominanti o a un business plan con le carte in regola. Sono quasi sempre sonnambuli: non sanno esattamente cosa stanno facendo, né dove andranno a parare. Suonano senza spartito, inventano le regole man mano che procedono verso l'ignoto. Il loro contributo non può essere né misurato, né valutato sulla base delle norme vigenti o del giudizio dei pari. Per questo gli innovatori di rottura attraversano le barriere disciplinari, burocratiche, aziendali: la loro unica possibilità di sopravvivenza sta nella sovversione del sistema, nel ridefinire l'intero campo di gioco sulla base della loro visione. Più di ogni altra cosa, l'innovazione dirompente è indisciplinata. 
E vi sono pochi dubbi che tutto ciò riapre il discorso sulla necessità di un nuovo umanesimo, che riporti al centro l'antico principio: omnia rerum mensura homo.
Giuliano da Empoli: Ecco perché, in tutti i campi, i nuovi umanisti sono all'opera per costruire passerelle e produrre inediti cortocircuiti. La loro è una sfida perigliosa, sempre sul filo dell'ostracismo. A ogni tornante, battaglioni di ignoranti istruiti sono pronti ad abbatterli con le accuse di sempre: dilettantismo, ingenuità, eresia. Fernand Braudel ci ha insegnato che l'umanesimo si contrappone sempre a qualcosa. In passato la tradizione, la superstizione, il principio di autorità; oggi gli eccessi del razionalismo e della misurabilità, il pret-à-porter degli ignoranti istruiti: tutto ciò che tende a sminuire l'uomo nella sua completezza, a ridurlo a una sola delle infinite dimensioni che lo compongono.
Vi è un soggetto dove la cultura dell'interdisciplinarità e dell'indisciplina non un "optional" ma una necessità, ed è l'impresa.
E' nella nostra storia che dobbiamo le radici vere dell'impresa del terzo millennio. Dobbiamo liberarci dai pestilenziali modelli americani, culturalmente e moralmente devastanti, che abbiamo rifilato a decine di generazioni per quasi cinquant'anni. E riprendere, invece, i modelli dell'impresa toscana, lombarda, genovese, veneziana, quando l'imprenditore italiano era ai vertici mondiali ed insieme creava modelli di città, di benessere serio, di convivenza civile. Andiamo a Siena a riflettere su come i grandi lanaioli e mercanti senesi abbiano, al contempo, creato grande ricchezza ed una grande cattedrale, un grande palazzo del popolo, una grande banca, un grande ospedale, Santa Maria della Scala, organizzazione esemplare per tutta l'Europa. Siena è la testimonianza viva che non esiste conflitto tra buona economia imprenditoriale e umanesimo civile, in uno sforzo continuo per tenere insieme economia, finanza, buon governo, arti, spiritualità, istituzioni sociali. Andiamo a riflettere sugli affreschi di natura civile, sugli effetti del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo del Popolo e sugli affreschi di assistenza sociale del grande ospedale (grande impresa) di Santa Maria della Scala. Il progetto "Welfare" non nasce nell'800 o nel '900 ma nasce lì, quando istituzioni produttive (imprese), opere di assistenza sociale, cultura si saldano in un patto di buongoverno che dona frutti meravigliosi, dei quali ancora oggi beneficiamo. La responsabilità prima degli imprenditori e degli studiosi indipendenti è, oggi, quella di collaborare all'exit da una concezione economica fine a se stessa, che si è cacciata in un vicolo cieco e senza speranza, per ricostruire un nuovo modello di sviluppo economico, sociale e culturale, riaprendo ed aggiornando tanti esempi, stimoli, insegnamenti dei quali la nostra storia è così ricca.


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