Mi sento addosso la responsabilità di ritornare a pensare. Da cittadino italiano, sento che il nostro Paese ha bisogno di una rinnovata dignità, anzitutto culturale. Perché è dalla cultura, e dall'incontro-confronto-dialogo fra differenze, che possono nascere sintesi generative, progettuali.
La generazione dei quarantenni, alla quale appartengono, ha smarrito il valore profondo della "visione". Tutto sembra scorrere in un presente senza prospettive e, per accorgersene, basta prendere un mezzo pubblico e, al di là dell'attitudine italica al lamento, ascoltare la rassegnazione che si esprime o in incontrollate forme di violenza o in assordanti silenzi che portano dentro rancori, risentimenti, disagio.
Mi sono abituato, negli anni, a ragionare in termini di complessità e, per questo, so che in una situazione di crisi vive la luce della ripresa, del cambio di rotta, dell'oltre. So anche, però, che per rivitalizzare tale luce di vuole un senso politico diffuso, la voglia di riprendere in mano le fila della storia comune e di rialzare la testa guardando non solo al proprio "particolare" ma al proprio "particolare" nel contesto dell'interesse generale.
Fa male vedere l'individualismo che cresce nel contesto di una incapacità diffusa a maturare un pensiero progettuale ampio e condiviso. Per questo, insisto sulla necessità di dare vita a "laboratori strategici di pensiero per l'azione", luoghi comunitari nei quali operare l'integrazione per la ricostruzione di un sistema-Paese lasciato in balia di una insopportabile mediocrità.
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