Bisogna saper vedere che la crisi dell'insegnamento è inseparabile da una crisi della cultura. Nel corso del diciannovesimo secolo è cominciata una dissociazione, divenuta oggi disgiunzione, tra due componenti della cultura, quella scientifica e quella umanistica. La cultura scientifica produce conoscenze che non vanno più al mulino della conoscenza umanistica, la quale non ha che vaghe conoscenze mediatiche degli apporti capitali delle scienze alla conoscenza del nostro universo fisico e vivente. Ma la cultura scientifica conosce oggetti, ignora il soggetto che conosce e manca di riflessività sul divenire incontrollato delle scienze. La parcellizzazione delle conoscenze in discipline e sotto-discipline aggrava l'incultura generalizzata. Da qui la necessità di stabilire comunicazioni e legami fra le due branche separate della cultura. Sfortunatamente, viene esercitata una forte pressione sull'insegnamento nelle classi secondarie e superiori per adattarlo ai bisogni tecno-economici dell'epoca e restringere la parte umanistica. La vulgata tecno-economica dominante considera la cultura umanistica senza interesse o un puro lusso, spinge per ridurre i corsi di storia, quelli di letteratura, e per eliminare, come chiacchiera, la filosofia. L'imperialismo delle conoscenze calcolatrici e quantitative progredisce a scapito delle conoscenze riflessive e qualitative. Non c'è solo mancanza di comunicazione fra cultura scientifica e cultura umanistica, non c'è solo disprezzo reciproco: c'è pericolo per la cultura.
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