Monday, 23 November 2015
Sunday, 22 November 2015
(Istituto fondamentale) Cultura del dubbio e idea totalitaria
In quanto persone umane, siamo "esseri in divenire". Se partiamo da questo assunto non può esistere, nella vita terrena, una qualsivoglia perfezione; non può esistere in noi né in alcuno dei sistemi politico-istituzionali, economici, culturali, religiosi che organizziamo per il governo della convivenza umana, per sua natura imperfetta e incerta.
Credo che l'idea totalitaria diventi "storica" ogni volta che proviamo a imporre un modello alla realtà senza considerare i processi storici sottostanti; è il pensare che la vita possa essere "modellizzata" e ridotta a un qualcosa di prevedibile e di determinabile, a una sommatoria di eventi meccanici.
La convivenza è imperfetta e incerta perché si fonda sulla persona umana come "essere in divenire"; nulla può determinare il futuro ma la convivenza "si forma" soltanto vivendo, mediando, progettando. La convivenza umana è un tentativo continuo di integrare le differenze che esistono nella realtà e non può mai dirsi compiuto; in tale contesto, la organizzazione della convivenza, in qualunque ambito, non può prescindere da ciò che evolve in essa.
Rispetto alla convivenza, per evitare il ripetersi dei drammi storici generati dall'idea totalitaria (la storia non è maestra), occorre vivere la "prospettiva profonda" della vita; è in tale prospettiva che maturiamo il dubbio circa la nostra presunta perfezione, proprio vivendo le nostre naturali imperfezioni e incertezze.
Credo che l'idea totalitaria diventi "storica" ogni volta che proviamo a imporre un modello alla realtà senza considerare i processi storici sottostanti; è il pensare che la vita possa essere "modellizzata" e ridotta a un qualcosa di prevedibile e di determinabile, a una sommatoria di eventi meccanici.
La convivenza è imperfetta e incerta perché si fonda sulla persona umana come "essere in divenire"; nulla può determinare il futuro ma la convivenza "si forma" soltanto vivendo, mediando, progettando. La convivenza umana è un tentativo continuo di integrare le differenze che esistono nella realtà e non può mai dirsi compiuto; in tale contesto, la organizzazione della convivenza, in qualunque ambito, non può prescindere da ciò che evolve in essa.
Rispetto alla convivenza, per evitare il ripetersi dei drammi storici generati dall'idea totalitaria (la storia non è maestra), occorre vivere la "prospettiva profonda" della vita; è in tale prospettiva che maturiamo il dubbio circa la nostra presunta perfezione, proprio vivendo le nostre naturali imperfezioni e incertezze.
Giudizio storico
Sarebbe cosa buona e giusta se, davanti a ciò che sta accadendo nel mondo, evitassimo gli "ideologismi" contrapposti. E' possibile elaborare insieme un "giudizio storico" su quanto accade nella cronaca e oltre ? E' possibile prendere atto che quello che chiamiamo "terrorismo islamico" è in realtà il "totalitarismo nazista" e che non difende i popoli poveri (in senso materiale) del mondo ma che strumentalizza il dato religioso per imporre una innaturale "perfezione" sulla terra ? E' possibile ammettere, una volta per sempre, che l' "Occidente di governo", negli ultimi decenni e senza voler generalizzare, ha tradito l' "Occidente di pensiero" che lo ha reso grande ed è diventato ostaggio dei suoi stessi interessi economici ? E' possibile dire che la "terza guerra mondiale a capitoli" ci chiama a una rinnovata responsabilità sui temi della pace, della giustizia, dello sviluppo, della libertà ? Anziché continuare a perdere tempo su ciò che ci divide e ci fa competere, "apriamo" la nostra ragione alla realtà, quella vera.
Le città e la storia
Il tema della città non ha mai smesso di essere strategico. Noi che pensiamo di poter tracciare degli "spartiacque" nella storia, ogni volta che succede qualcosa che mette in pericolo le nostre libertà e che ha una rilevanza globalizzata, dopo Parigi - e spesso in modo strumentale - discutiamo di città, periferie, disagio, integrazione. Il problema è talmente delicato che non può essere guardato e affrontato con l'occhio della cronaca; tanti, non solo in Italia (penso all'enorme lavoro svolto, anche sul piano internazionale, dalla Fondazione Aldo Della Rocca), vi hanno dedicato e vi dedicano la vita. Fuori dalla cronaca, allora, ciò che stiamo vivendo, ben considerando che la minaccia dell'Isis è la minaccia del totalitarismo nazista, è il fallimento delle varie forme di multiculturalismo nelle nostre metropoli, soprattutto nelle periferie. Abbiamo letto e detto tante volte che le cellule che hanno compiuto gli atti tragici di Parigi erano composte da cittadini francesi (anche se di etnia differente); ebbene, ciò significa che dobbiamo ripensare le nostre città, che dobbiamo recuperare quel "senso di comunità" che le renda belle, accoglienti, inclusive. Quella che chiamiamo "politica" ha, per troppi decenni, fatto finta di niente; è ora di riappropriarci dei nostri luoghi urbani, dando un pensiero e una sistematicità alle tante iniziative di volontariato e di impegno che esistono, rimettendo in campo quella responsabilità di cittadini che troppo volte abbiamo sacrificato sull'altare della delega nella cabina elettorale. E dobbiamo farlo, lo ripeto, al di là della cronaca.
Convivenza da costruire
Leggo di nove regole della convivenza secondo l'imam di Firenze, che cita il Corano: riconoscere una medesima unica origine dell'Umanità; riconoscimento e rispetto della dignità e dei diritti dell'uomo; usare nel comportamento giustizia, tendenza verso il miglioramento, la virtù e la condanna della ingiustizia e prevaricazione; rispetto delle consuetudini della gente; stabilire il principio dell'equilibrio e della moderazione, della convivenza pacifica e del dialogo delle civiltà; realizzare gli impegni di cittadinanza, rispettare le leggi e proteggere le società dai pericoli e dalle minacce; operare per la riconciliazione e per la pace sociale, promuovere il rispetto reciproco e rifiutare il fanatismo; rifiuto di tutto ciò che porta alla violenza, fanatismo e terrorismo, gli atti di terrorismo vanno perseguiti per legge; proteggere la sacralità della vita.
E' tutto condivisibile. Il problema è ritrovarsi intorno al tavolo degli "Stati generali dell'umanità"; la convivenza, infatti, va costruita. Cosa fare ? Credo che, sotto varie forme, debbano nascere "laboratori di pensiero per l'azione"; occorre che ogni persona "disarmi" progressivamente la propria ragione e "abbracci" la complessità della vita. Usciamo dall'ansia di analisi, di retorica, di proclami, di decaloghi, di dichiarazioni. Ritorniamo alla vita.
E' tutto condivisibile. Il problema è ritrovarsi intorno al tavolo degli "Stati generali dell'umanità"; la convivenza, infatti, va costruita. Cosa fare ? Credo che, sotto varie forme, debbano nascere "laboratori di pensiero per l'azione"; occorre che ogni persona "disarmi" progressivamente la propria ragione e "abbracci" la complessità della vita. Usciamo dall'ansia di analisi, di retorica, di proclami, di decaloghi, di dichiarazioni. Ritorniamo alla vita.
Mondo a-polare, indecisione, paura
La "macchina" diplomatica e politica globalizzata è eccessivamente "compromessa" per poter decidere in modo adeguato su ciò che sta accadendo nel mondo di oggi. Il mondo a-polare si mostra a noi cittadini in tutte le sue contraddizioni e ambiguità; fatica a materializzarsi la "grande coalizione" mentre insistono le minacce asimmetriche che si stanno facendo gioco di un Occidente "certo" di non riuscire a sconfiggere un fenomeno che non domina. Il nostro tempo pone con forza il problema di una carenza di leader e di leadership. Ciò che appare è che non si riesce ad andare oltre a ciò che si vede; summit globalizzati e organizzazioni internazionali (ONU in testa) che si limitano a "solidarizzare", interessi troppo radicati, nodi irrisolti che vengono al pettine, una violenza e una crudeltà che ci fanno vivere la paura innaturale delle nostre stesse abitudini.
Valori e progetto umano
Certo, in un periodo come questo il richiamo ai "valori" fondamentali è importante. Altrettanto importante, stiamo attenti, è non esagerare con la retorica. Non siamo di fronte a uno scontro fra civiltà o fra religioni ma alla necessità di sconfiggere, culturalmente e sul campo, l'idea totalitaria che non è mai morta. Il problema, allora, è di evitare che si "chiudano" le città (estirpando il cancro, peraltro asimmetrico, dell'Isis e delle sue ramificazioni) e, soprattutto, di ritornare a lavorare progettualmente sul tema dell' "umano" (cosa siamo diventati ?) per ricongiungerci con la storia (siamo cittadini ?) e per formare classi dirigenti (come governiamo il mondo a-.polare ?) degne di questo nome.
Saturday, 21 November 2015
(Istituto fondamentale) Cultura del dubbio e complessità
Avere dubbi è un segno di grande apertura verso la complessità della condizione umana, è un segno di civiltà. Chi ha dubbi sa che nessun punto di vista, per quanto autorevole, può portare alla comprensione totale della realtà; chi ha dubbi crede nel grande sforzo che occorre fare per tendere all'umano, per cercare di "essere pienamente". In questo mondo fondato sulla certezza competitiva abbiamo smarrito la capacità di scoprire le interrelazioni che caratterizzano la realtà, a cominciare dalla nostra personale; il dubbio ci aiuta a porci domande sulla nostra natura, a renderci flessibili, a superare la naturale tentazione dell'auto-referenzialità, dell'auto-sufficienza, dell'onnipotenza. Quando ci diciamo "umani" in realtà siamo "umani in ricerca", miliardi di "unicità" che cercano l'integrazione per ricongiungersi con la complessità della realtà; il "senso umano" è tale se è condiviso e si inserisce in quella "consapevolezza ecologica" che deriva dall'essere parte della creazione e dalla responsabilità che abbiamo di ri-crearla attraverso la nostra vita. La complessità della realtà ci appartiene ma non la esauriamo ed è il "dubbio di noi" a permetterci di accogliere la nostra imperfezione e la nostra incompiutezza; è il dubbio che, proprio perché siamo imperfetti e incompiuti ma integrabili, ci aiuta a essere "persone - soggetti storici" che cooperano alla ri-creazione del progetto umano nella creazione.
Istituto fondamentale per la Conoscenza e la Convivenza
Progetto di civiltà come percorso di ricerca nell' "umano integrale":
Cultura del dubbio
Pensiero critico
Dialogo
Rapporto sinergico fra persona e comunità
Conoscenza dei mondi che evolvono
Questo è lo schema del nostro lavoro, Istituto fondamentale per la Conoscenza e la Convivenza.
L'obiettivo del progetto di civiltà è di ripensare la libertà come liberazione, la giustizia come possibilità per ogni persona di realizzarsi secondo il proprio "fine" (nel rispetto del "fine" di ogni altro), la pace come realistico progetto storico e non solo come assenza di guerra. In tutto questo, è fondamentale ripensare la mediazione come il talento di ogni persona di trovare punti di convergenza fra le ineliminabili differenze dell'umano, spesso in divergenza fra di loro.
Il metodo del progetto di civiltà è un metodo complesso. Si tratta di integrare le conoscenze e le competenze (in una parola, le esperienze) al fine di comprendere e di "abbracciare" la complessità della vita. Le università (universitas) dovrebbero formare con questo metodo le classi dirigenti nei vari campi, mai separate fra di loro.
Cultura del dubbio
Pensiero critico
Dialogo
Rapporto sinergico fra persona e comunità
Conoscenza dei mondi che evolvono
Questo è lo schema del nostro lavoro, Istituto fondamentale per la Conoscenza e la Convivenza.
L'obiettivo del progetto di civiltà è di ripensare la libertà come liberazione, la giustizia come possibilità per ogni persona di realizzarsi secondo il proprio "fine" (nel rispetto del "fine" di ogni altro), la pace come realistico progetto storico e non solo come assenza di guerra. In tutto questo, è fondamentale ripensare la mediazione come il talento di ogni persona di trovare punti di convergenza fra le ineliminabili differenze dell'umano, spesso in divergenza fra di loro.
Il metodo del progetto di civiltà è un metodo complesso. Si tratta di integrare le conoscenze e le competenze (in una parola, le esperienze) al fine di comprendere e di "abbracciare" la complessità della vita. Le università (universitas) dovrebbero formare con questo metodo le classi dirigenti nei vari campi, mai separate fra di loro.
Il rapporto sinergico e strategico fra persona e comunità
Il percorso di ricerca nell' "umano integrale" evolve nella cultura del dubbio, nel pensiero critico, nel dialogo e nel rapporto sinergico e strategico fra persona e comunità. Tale rapporto parte dal presupposto che la persona è un "mistero storico", allo stesso tempo prevedibile e non prevedibile, materiale e immateriale; ogni persona è un "unicum" irripetibile e, al contempo, integrabile con ogni altro. In questo apparente paradosso, della "unicità integrabile", stanno il mistero della persona e il mistero della comunità, principio e luogo dell'integrazione. A qualunque cultura apparteniamo, in quanto persone siamo misteri caratterizzati da una unicità integrabile; è sulla base di questo assunto che è possibile fondare e condividere un "progetto di civiltà" per rendere il mondo davvero globale. In un mondo nel quale la dignità della persona umana è quotidianamente oltraggiata sotto varie forme, non possiamo aspettare oltre; il "progetto di civiltà", percorso di ricerca nell' "umano integrale", è ciò che ogni persona dovrebbe avvertire come priorità nella propria vita. Tale "progetto di civiltà", che chiama ciascuno di noi a ritrovare la responsabilità verso la storia comune, ci pone di fronte al bisogno di giustizia, di libertà e di pace che, sempre più, sta venendo da ogni parte del pianeta; non è più il tempo di summit globalizzati e di retorica inutile, è venuto il momento di reincarnare i valori nella storia e di dare concretezza a visioni politiche di Convivenza.
Il dialogo è "responsabile"
Cultura del dubbio e pensiero critico sono elementi fondamentali del percorso di ricerca nell' "umano integrale". Tale percorso di ricerca, essendo necessariamente "incarnato" nella vita, vive nel "dialogo". Uno dei problemi del nostro tempo è che esistiamo nella certezza di quella che crediamo essere la realtà; invece siamo immersi nella irrealtà e la realtà della vita ci investe con violenza, sotto forme che molto spesso non riusciamo a controllare né, tanto meno, a dominare. Nel "dialogo" si forma la Conoscenza, anzitutto di ciò che siamo reciprocamente. Se abbiamo il problema di ricongiungerci nella realtà, per ritrovarci umani, è solo attraverso il "dialogo" che ciò può avvenire; nel "dialogo", infatti, tutte le dimensioni dell'umano, e del reale, debbono aprirsi per integrarsi, relativizzandosi e problematizzandosi per cercare di "essere pienamente". Il "dialogo" ci dimostra che ciascuno di noi è stato creato e vive per tendere alla perfezione, mai raggiungendola. Il "dialogo" è una sfida, è la ricerca di noi attraverso l'altro e nella realtà globalmente intesa. Il "dialogo" è responsabile e valorizza le differenze; la sua urgenza ci dice quanto siamo irresponsabili e indifferenti.
La cultura del dubbio aiuta il pensiero critico
La cultura del dubbio aiuta il pensiero critico che non è pensiero antagonista. Il pensiero critico, così necessario nel mondo di oggi, dovrebbe essere l' "alimento" di intellettuali e di classi dirigenti degni di questo nome. Il pensiero critico è la capacità di pensare in termini di "contesto" e di "complesso", distinguendo senza separare e integrando senza confondere. Il pensiero critico è un "pensiero dubbioso" perché è immerso nelle informalità e nelle transizioni della realtà. La domanda è: pur essendo molto informati sul mondo, lo Conosciamo ? La mia risposta è no perché la realtà supera sempre la nostra "ragione chiusa" che vede solo ciò che fa comodo o ciò che pochi vogliono che noi vediamo. Insomma, per capire l'importanza del pensiero critico è fondamentale aprire la nostra "ragione chiusa" alla globalità della realtà che ci circonda e che vive in noi. Solo se abbiamo dubbi possiamo essere "critici"; solo se abbiamo dubbi possiamo essere "realistici" perché la realtà, quella vera, è già nell' "oltre" mentre noi siamo ancora ostaggi dell'eterno presente; solo se abbiamo dubbi possiamo essere "umani" perché la nostra natura è "in ricerca", mai statica. Chi, se non le università (universitas), dovrebbero porre al centro della loro attività la cultura del dubbio e il pensiero critico per lo sviluppo integrale della persona umana ?
Ci siamo disabituati alla cultura del dubbio
Ci siamo disabituati alla cultura del dubbio mentre le nostre certezze consolidate ci stanno facendo degenerare. La cultura del dubbio è quella che ci permette di ricercare, di scoprire, di Conoscere e, dunque, di governare in maniera pertinente. L'idea totalitaria che vive nella storia cerca una perfezione innaturale e non accoglie le differenze e le imperfezioni dell'umano; imperfezioni e differenze che, se da un lato ci appaiono come limiti, dall'altro lato costituiscono il nostro eterno punto di partenza per migliorarci. E' la cultura del dubbio che ci permette di ritrovarci umani, di non limitarci a rincorrere il presente, di ricominciare a vivere anziché rassegnarci a esistere. L'idea totalitaria, certamente presente nel "cancro" dell'Isis, è altrettanto presente in tutti quei tentativi di "modellizzazione" che, soprattutto in Occidente, hanno dominato il nostro pensare-agire degli ultimi decenni; penso, in particolare ma non solo, alla cosiddetta "esportazione della democrazia" laddove, attraverso la guerra, si sono imposti modelli "democratici" senza alcuna considerazione per i contesti nei quali si andavano ad applicare. Altresì, con la "esportazione della democrazia" abbiamo reso la democrazia stessa un fine anziché un mezzo, sacrificando la libertà e la giustizia in nome della competizione e della sicurezza, Insomma, se tutti ritornassimo ad avere dubbi, ri-ponendoci le domande fondamentali della Convivenza, il mondo potrebbe diventare un luogo di civiltà e di pace.
Friday, 20 November 2015
Le università ritornino a essere testimoni dell'universale e del complesso
E' ora che le università, che dovrebbero essere i luoghi della Conoscenza, ricomincino a testimoniare l' "universale" e ad "abbracciare" la complessità della vita. Le università, avendo la responsabilità di formare le classi dirigenti, sono i luoghi naturali degli "Stati generali dell'umanità" che rappresentano l'avvio di quel "progetto di civiltà" così necessario nel mondo di oggi; un "progetto di civiltà", ribadisco, che superi l'ansia da civilizzazione che caratterizza questa globalizzazione tecnocratica e non globale. Oggi abbiamo classi dirigenti formate al pensiero lineare e all'iper-specialismo, incapaci di cogliere e di accogliere le sfumature, le informalità e le transizioni della realtà. Le classi dirigenti che auspichiamo, e che occorre formare fin da ora, devono essere in grado di accogliere la realtà nella sua complessità, praticando le integrazioni fra competenze ed esperienze e pensando criticamente. Le Università ritornano a essere "universitas", istituti fondamentali della Conoscenza e della Convivenza, vincendo la tentazione disciplinare.
Siamo ancora capaci di giustizia, di libertà, di dialogo ?
Siamo ancora capaci di giustizia, di libertà, di dialogo ? Quello che mi impressiona è la mancata volontà di autocritica di cui siamo capaci come "occidentali". Di fronte al mondo che pensavamo di conoscere e di poter dominare, l'imprevedibilità si è fatta realtà quotidiana sotto forma di violenza e di crudeltà; possiamo non dirci responsabili, possiamo pensare che la spinta ossessiva sulla guerra di religione e sullo scontro di civiltà non abbia contribuito a generare ciò che vediamo ? Lascio agli analisti strategici di fare le loro analisi; chi scrive, con umiltà, pone il problema culturale di un "disarmo della ragione". Se dobbiamo far vincere l'anti-economicità del commercio delle armi (se rendono a qualcuno, fanno degenerare le condizioni di vita della stragrande maggioranza dell'umanità), al contempo dobbiamo ricominciare a pensare in termini di progetto umano, ritrovando il "valore strategico" della giustizia, della libertà, del dialogo.
Il disumano che vince nella storia è una sconfitta per tutti
Il disumano che vince nella storia è una sconfitta per tutti. E' la sconfitta di tutti i nostri "modelli certi". Siamo vittime del pensiero lineare e ci ritroviamo a combattere ciò che non riusciamo a dominare; il totalitarismo dell'Isis sta mettendo in discussione la nostra presunta capacità di essere i padroni della realtà. Eppure, se non ci fossero evidenti ragioni che non conosciamo, sconfiggere "poche" persone che stanno mettendo in scacco l'intero pianeta non dovrebbe essere un problema; gli Stati armati sono disarmati, la vita quotidiana delle nostre città è bloccata da allarmi bomba, l'allerta si alza. Anziché fare "summit globalizzati", che sono solo una inutile parata, i cosiddetti "leader" escano allo scoperto dichiarando una strategia chiara e il più possibile condivisa per affrontare la minaccia totalitaria, magari dichiarando gli errori commessi negli ultimi decenni in nome di una competizione esasperata e di una idea lineare del mondo.
Subscribe to:
Posts (Atom)