Sunday, 19 July 2015

Sassolini culturali (Marco Emanuele)

da la Lettura (Corriere della Sera) di oggi:

- La narrativa è una religione (per questo a volte sono un pò ateo), di Alessandro Piperno. Il lettore è un fedele per antonomasia. Ma, davvero, non ne posso più di detective che masticano gomme, boss che sniffano, personaggi che ammiccano. Avete mai visto un individuo reale ammiccare ? E' sempre più raro aprire un romanzo senza essere tentati dal demone dell'agnosticismo. Coltivo un odio furibondo per le belle giornate di sole, per le gelide mattine d'inverno, per temporali che si rovesciamo su eroi incolpevoli.

- Una discarica illegale, di Michele Ainis. Le carceri italiane violano la Costituzione: non recuperano il detenuto, lo diseducano. E la politica rincorre gli umori giustizialisti. Per i penitenziari spendiamo circa tre miliardi l'anno, più degli altri Paesi europei, ma con pessimi risultati. La persistenza dell'ergastolo, la promiscuità fra colpevoli di piccoli reati e criminali incalliti, l'eccesso di leggi penali: ecco i capitoli di un fallimento nazionale.

- La prevalenza dell' "esperto", di Donatella Di Cesare. Non c'è dibattito pubblico in cui non venga interpellato un esperto - che sia il massmediologo, il criminologo, il dietologo. La diffusa presenza dell'esperto risponde all'autorità di cui gode la scienza, ma anche alla iperspecializzazione dominante. L'esperto, che non è lo scienziato, entra in scena quando si tratta di applicare il sapere scientifico alla prassi politico-sociale. Il termine rinvia al latino experire e fa credere che l'esperto, oltre ad essere perito e competente, abbia esperienza. Ma "avere esperienza" non è una professione e l'esperto si avvale di un sapere sperimentale. Non è detto che abbia più esperienza di altri suoi concittadini, né che sappia di più della vita, né che sia più lungimirante. E' giusto ascoltare chi "sa"; è sbagliato lasciargli l'ultima parola. Nono solo perché, corteggiato da più parti, l'esperto è stretto fra interessi contrastanti. Ma perché questo vuol dire sia deresponsabilizzare tutti gli altri, che vengono così privati della possibilità di decidere, sia erodere la ragione sociale che guida alla scelta dei fini comuni.

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