Titolari di un destino comune, abbiamo bisogno di (ri)conoscerci come esseri umani che dialogano verso la perfezione (imperfetti ed incerti) e non come mondi definiti. In questo secondo caso saremmo irrimediabilmente perduti, prigionieri di certezze assolute che ci farebbero fare i conti, come sembra accadere oggi, con il dominio del disumano. Dobbiamo riappropriarci di una sana "relatività", la capacità di sentirci incompleti e di avere bisogno di camminare nella conoscenza; la sfida della complessità ci permette di non sentirci onnipotenti, non essendolo. In molti, oggi, credono di poter scrivere la parola inizio o la parola fine alla storia e, proprio in quel sentirsi verità, esprimono la propria evidente precarietà.
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