Come si può avere un approccio lineare e dogmatico rispetto alla convivenza ? Come si può rassegnarsi all'assenza di visione, di politica, di progettualità ? In queste domande c'è tutta la tragedia del mondo com'è, popolato di "non persone" e nel quale una grande parte di umanità non accede all'umanità. Abbiamo lastricato il mondo di certezze globalizzate e ci siamo volutamente distaccati dalla responsabilità verso ciò che siamo; quella che chiamiamo convivenza è un'accozzaglia nell'irrealtà, uno scontro competitivo fra "ragioni chiuse" e non dialoganti. La competizione è diventata una sorta di religione, un inganno rispetto alla natura profonda della convivenza; dove ci porterà l'ansia da competizione se non in una "guerra permanente" già in atto ? Senza voler essere gli alfieri di un "antagonismo" che rischia anch'esso di strutturarsi come verità dogmatica, abbiamo bisogno di un pensiero critico in grado di generare innovazione, di rompere gli schemi consolidati e di ri-progettarci continuamente, in tal modo ri-progettando la realtà e facendola ri-generare.
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