op.cit. (pag. 41): (...) il maggiore pregiudizio alla democrazia deliberativa proviene sicuramente dallo sviluppo dei mass media, che concede sempre meno spazio all'argomentazione politica ponderata e condotta in maniera articolata. L'esito di un tale processo si può osservare paradigmaticamente in Italia. In nessun'altra democrazia europea l'elemento deliberativo è così deteriorato con in questo Paese. La concentrazione di potere economico, potere mediatico e potere politico, associata al perseguimento senza scrupoli dei propri interessi, ne è soltanto una delle cause, un'altra è il vertiginoso appiattimento dei programmi televisivi. Taluni obietteranno che l'accentuazione del carattere deliberativo della democrazia, tanto più se sostenuta da pretese di verità, equivale a mettere in pericolo la pace civile in una moderna società multiculturale e pluralista. Secondo gli esponenti del pensiero postmoderno soltanto il depotenziamento dell'argomentazione è in grado di dispiegare un effetto pacificatore. Nella moderna società di mercato e dei media le persone si definiscono prioritariamente come consumatori e la politica deve giocare questo gioco pena la sua totale marginalizzazione. Sempre nella loro ottica, la mia diagnosi è pertanto doppiamente errata: né la deliberazione è un elemento essenziale della democrazia, né costituisce una perdita la dissoluzione dell'uso pubblico, politico della ragione in un mercato delle offerte e dei messaggi dominato dai media. Anzi, le istituzioni democratiche possono svolgere un ruolo di pacificazione proprio perché l'argomentazione politica non è presa sul serio come tale, ma interpretata unicamente come espressione di interessi e in tal modo depotenziata. (...)
Sunday, 29 November 2015
Democrazia e verità (J. Nida-Rumelin) - citazioni -
op. cit. (pagg 37/38): (...) In democrazia la discussione degli argomenti e il ricorso alle buone ragioni svolgono un ruolo maggiore che in ogni altra forma di governo. Vi è uno stretto rapporto tra la sfera politica e quella dei mass media, entrambe sono a loro volta collegate con la prassi dell'intesa reciproca dei cittadini nella Lebenswelt. Ma anche la giustizia e l'istruzione rientrano fra le istituzioni su cui si basa l'uso pubblico della ragione, ciò che John Rawls annovera, in quanto public culture, tra gli elementi essenziali di un ordine politico giusto. Viene così a dispiegarsi un ampio e complesso sistema basato sulle istituzioni, all'interno del quale si giocano quei giochi fondativi interconnessi tra loro che caratterizzano la dimensione politica pubblica. Le opinioni vengono formate, veicolate e nuovamente rigettate, gli atteggiamenti normativi vengono tradotti in concreta prassi politica e in tal modo sottoposti anche a una sorta di verifica, gli argomenti sono discussi, respinti perché poco credibili, talvolta persino sottoposti a una verifica scientifica. Si potrebbe formulare tale fenomeno anche in questi termini: la prassi effettiva di una democrazia è deliberativa. Questo carattere deliberativo può essere oggi meno pronunciato (...) a causa dello sviluppo dei mass media negli ultimi anni, del crescente predominio dell'immagine rispetto alla stampa, in particolare della semplificazione delle prese di posizione politica tipica dei media audiovisivi e infine a causa della spettacolarizzazione della politica. (...)
Democrazia e verità (J. Nida-Rumelin) - citazioni -
op. cit.: (...) una democrazia si distingue da altre forme statuali nel senso che getta un ponte senza il quale una democrazia - a differenza di altre forme di Stato - non può vivere. E' un ponte tra la Lebenswelt e le convinzioni normative e descrittive che vi si sono consolidate da un lato e il sistema politico e la prassi politica dall'altro. In questo modo la democrazia si assoggetta a determinati vincoli che la distinguono da altre forme di governo. (...)
Saturday, 28 November 2015
Democrazia e verità (J. Nida-Rumelin) - citazioni
op. cit.: (...) Sostengo la tesi che la verità, la contesa circa il vero e il giusto in sede empirica e normativa, occupa in democrazia un posto centrale. Questa tesi va difesa nei confronti sia dell'arbitrarietà propugnata dai postmoderni, sia dell'utopia libertaria del mercato universale. Essa deve però anche distanziarsi dalla gran parte dei suoi sostenitori: la verità di cui qui si parla non esige certezze definitive, nemmeno la particolare expertise di iniziati. Non vi è un metodo sicuro per separare le convinzioni vere da quelle false. Non resta che affidarsi alle quotidiane giustificazioni delle nostre convinzioni sia empiriche che normative, le quali nella cultura pubblica democratica sono sì intrise di razionalità scientifica, ma non possono venir rimpiazzate da quest'ultima. (...)
Democrazia e verità (J. Nida-Rumelin) - citazioni
da Julian Nida-Rumelin, Democrazia e Verità (FrancoAngeli): (...) Ci sono soprattutto ragioni politiche per dedicarsi al ruolo della verità nella democrazia. La democrazia come forma politica e sociale, ma anche come forma di vita, è venuta a trovarsi negli ultimi anni e negli ultimi decenni nella morsa di un economicismo neoliberista, da un lato e di un nuovo fondamentalismo culturale dall'altro. La democrazia come forma di stato e come forma di vita non è solo diventata oggetto di fanatici motivati su base religiosa o che si spacciano per tali, ma anche presunto ostacolo sulla strada di un'economia mondiale dominata dai colossi di internet che rendono tutti produttori e consumatori di beni e servizi scambiati a livello globale. (...)
(Istituto fondamentale) Il consenso forzato. Mediatizzazione, volontà, ragione
Avvolti in una "mediatizzazione dominante", non conosciamo e non comprendiamo la realtà; questo accade quando i media diventano strumenti del pensiero lineare e servono a dargli "dignità strategica". Anche da questo punto di vista, è sempre più necessario ritrovarci in luoghi comunitari di pensiero per l'azione.
Il mio pensiero sui media comprende e valorizza i grandi sconvolgimenti positivi che sono avvenuti negli ultimi decenni e che hanno portato a importanti innovazioni nelle nostre vite; però, mentre da un lato si sono moltiplicati i "canali di accesso" alla realtà, dall'altro lato si sono drasticamente ridotte le possibilità di conoscerla per comprenderla.
La domanda è: l'attuale sistema mediatico aiuta il formarsi e il consolidarsi di un pensiero critico, dunque libero ? Parlo di "mediatizzazione dominante" perché la mia risposta è no. Basta ascoltare le persone, frequentare i luoghi della socialità quotidiana, per capire il livello di superficialità nel quale siamo immersi; l' "alleanza" fra media e pensiero lineare genera la incapacità di "pensare nella vita", privilegiando un "pensare sulla vita". In questo senso utilizzo l'aggettivo "dominante".
Troppo spesso si "raccontano" le sfide della storia solo per alzare il livello della paura o, al contrario, per diffondere una tranquillità "soporifera"; nulla a che vedere, dunque, con una narrazione della complessità della vita. Tale racconto, per me non pertinente, ci invita, sempre di più, o a rafforzare la voglia di scontro permanente o a privilegiare l'irresponsabilità nel nostro rapporto con la realtà.
Si capisce, dunque, come nella "mediatizzazione dominante", laddove non matura un pensiero critico (libero) sulla realtà globalmente intesa, la ragione e la volontà di ciascuno di noi non trovino terreno fertile per aprirsi e per responsabilizzarsi. La ragione resta "chiusa" e la volontà "impotente". Ne consegue che, senza voler generalizzare, la persona umana del terzo millennio è normalmente molto informata e, allo stesso tempo, incapace di conoscere per decidere; la "mediatizzazione dominante" rallenta la nostra "potenzialità di conoscere" (ognuno a suo modo) e ci rende strumenti di narrazioni "altre"; in questa sorta di "consenso forzato" tradiamo la nostra, e profonda, natura di "soggetti storici".
Il mio pensiero sui media comprende e valorizza i grandi sconvolgimenti positivi che sono avvenuti negli ultimi decenni e che hanno portato a importanti innovazioni nelle nostre vite; però, mentre da un lato si sono moltiplicati i "canali di accesso" alla realtà, dall'altro lato si sono drasticamente ridotte le possibilità di conoscerla per comprenderla.
La domanda è: l'attuale sistema mediatico aiuta il formarsi e il consolidarsi di un pensiero critico, dunque libero ? Parlo di "mediatizzazione dominante" perché la mia risposta è no. Basta ascoltare le persone, frequentare i luoghi della socialità quotidiana, per capire il livello di superficialità nel quale siamo immersi; l' "alleanza" fra media e pensiero lineare genera la incapacità di "pensare nella vita", privilegiando un "pensare sulla vita". In questo senso utilizzo l'aggettivo "dominante".
Troppo spesso si "raccontano" le sfide della storia solo per alzare il livello della paura o, al contrario, per diffondere una tranquillità "soporifera"; nulla a che vedere, dunque, con una narrazione della complessità della vita. Tale racconto, per me non pertinente, ci invita, sempre di più, o a rafforzare la voglia di scontro permanente o a privilegiare l'irresponsabilità nel nostro rapporto con la realtà.
Si capisce, dunque, come nella "mediatizzazione dominante", laddove non matura un pensiero critico (libero) sulla realtà globalmente intesa, la ragione e la volontà di ciascuno di noi non trovino terreno fertile per aprirsi e per responsabilizzarsi. La ragione resta "chiusa" e la volontà "impotente". Ne consegue che, senza voler generalizzare, la persona umana del terzo millennio è normalmente molto informata e, allo stesso tempo, incapace di conoscere per decidere; la "mediatizzazione dominante" rallenta la nostra "potenzialità di conoscere" (ognuno a suo modo) e ci rende strumenti di narrazioni "altre"; in questa sorta di "consenso forzato" tradiamo la nostra, e profonda, natura di "soggetti storici".
(Istituto fondamentale) La mentalità progettuale e le decisioni conseguenti
Si ascoltano dibattiti difficili da interpretare sui temi della pace e della guerra. Eppure, a una mente normale, la questione appare piuttosto chiara; colgo l'occasione per sottolineare alcuni passaggi.
Il mondo attuale non può più essere interpretato e governato secondo la logica della sola pace o della sola guerra; il problema sono la mentalità progettuale e le decisioni conseguenti in luogo di decisioni prese seguendo l'onda emozionale e senza riflessione sul contesto, sul complesso e sulle conseguenze.
Pace e guerra sono oggi considerate come "verità rivelate", quasi intoccabili e "assolutizzate".
Si usa la parola "guerra" con una facilità imbarazzante, troppo spesso associandola
all' espressione "di civiltà" e creando un mix esplosivo e difficile da disinnescare; troppo spesso si fanno guerre in nome della democrazia e del mercato, rovesciando dittatori che sapevano tenere "pacificati" i loro Paesi (pur con molte difficoltà) e scatenando, in quei Paesi, lo scoppio di sanguinose rivalità etnico-tribali che sembravano sopite. Invece, di fronte al totalitarismo rappresentato dall'Isis, la "comunità internazionale" balbetta, prigioniera (ancora una volta) dei suoi stessi interessi economici e delle sue compromissioni geopolitiche.
Si usa la parola "pace" o in senso utopistico o in senso limitativo; nel primo caso, "totalizzandola" fino al punto di renderla impossibile (con tutta la retorica conseguente, giocata in termini a-storici e irreali) e, nel secondo caso, pensandola e praticandola come semplice assenza di guerra. La pace, nella mia visione, è un "progetto/processo storico permanente", un lavoro di ricucitura della realtà globale in ogni contesto; non può esistere una pace universale mentre deve esistere una "pace incarnata", compresa e vissuta (dico "digerita") da ogni persona che ne diventa soggetto e testimone.
Pace e guerra vanno "de-dogmatizzate" e ripensate; umanità vorrebbe che tutti privilegiassimo la prima rispetto alla seconda ma realtà vuole che il conflitto non sia eliminabile dal palcoscenico della storia; ciascuno di noi, infatti è portatore di rapporti di forza e di interessi particolari che, molto spesso e naturalmente, entrano in contrasto con quelli di ogni altra persona. Qui dovrebbero rientrare in gioco i grandi assenti nel mondo a-polare di oggi: la politica (ridotta a strumento di poteri non democratici) e la mediazione (ridotta a compromesso).
Il lavoro, come si vede, è lungo ma necessario.
Il mondo attuale non può più essere interpretato e governato secondo la logica della sola pace o della sola guerra; il problema sono la mentalità progettuale e le decisioni conseguenti in luogo di decisioni prese seguendo l'onda emozionale e senza riflessione sul contesto, sul complesso e sulle conseguenze.
Pace e guerra sono oggi considerate come "verità rivelate", quasi intoccabili e "assolutizzate".
Si usa la parola "guerra" con una facilità imbarazzante, troppo spesso associandola
all' espressione "di civiltà" e creando un mix esplosivo e difficile da disinnescare; troppo spesso si fanno guerre in nome della democrazia e del mercato, rovesciando dittatori che sapevano tenere "pacificati" i loro Paesi (pur con molte difficoltà) e scatenando, in quei Paesi, lo scoppio di sanguinose rivalità etnico-tribali che sembravano sopite. Invece, di fronte al totalitarismo rappresentato dall'Isis, la "comunità internazionale" balbetta, prigioniera (ancora una volta) dei suoi stessi interessi economici e delle sue compromissioni geopolitiche.
Si usa la parola "pace" o in senso utopistico o in senso limitativo; nel primo caso, "totalizzandola" fino al punto di renderla impossibile (con tutta la retorica conseguente, giocata in termini a-storici e irreali) e, nel secondo caso, pensandola e praticandola come semplice assenza di guerra. La pace, nella mia visione, è un "progetto/processo storico permanente", un lavoro di ricucitura della realtà globale in ogni contesto; non può esistere una pace universale mentre deve esistere una "pace incarnata", compresa e vissuta (dico "digerita") da ogni persona che ne diventa soggetto e testimone.
Pace e guerra vanno "de-dogmatizzate" e ripensate; umanità vorrebbe che tutti privilegiassimo la prima rispetto alla seconda ma realtà vuole che il conflitto non sia eliminabile dal palcoscenico della storia; ciascuno di noi, infatti è portatore di rapporti di forza e di interessi particolari che, molto spesso e naturalmente, entrano in contrasto con quelli di ogni altra persona. Qui dovrebbero rientrare in gioco i grandi assenti nel mondo a-polare di oggi: la politica (ridotta a strumento di poteri non democratici) e la mediazione (ridotta a compromesso).
Il lavoro, come si vede, è lungo ma necessario.
Friday, 27 November 2015
(Istituto fondamentale) Fermiamoci a riflettere
Fermarci a riflettere è un'arte saggia mentre la stragrande maggioranza di noi corre senza un "fine", solo per competere. Se ci fermassimo a riflettere scopriremmo le informalità della storia e le transizioni nelle quali la vita evolve nella sua complessità; la riflessione come possibilità di scoperta è un "pensiero nella vita", non un "pensiero sulla vita".
L'atto del riflettere è l'atto della ricerca. Anziché continuare a correre verso un ignoto che vestiamo di certezze, è necessario rallentare il ritmo della nostra presunzione per ritrovare la capacità di ricongiungere, anzitutto culturalmente, ciò che è disperso; dobbiamo dedicarci a ricercare, sempre più problematizzando ciò che riteniamo immutabile e accogliendo la naturale incertezza della realtà, a cominciare dalla nostra.
Fermarci a riflettere significa ricongiungerci con l'oltre che già ci percorre e ritrovarci nei "luoghi" della realtà. Globalizzati e competitivi, abbiamo stravolto l'idea del tempo e dello spazio.
Il tempo della competizione è "tempo lineare", sommatoria cronologica senza profondità, senza emozione. Lo scorrere lineare dimentica che l'esperienza umana è un "complesso" che vive nella "tempiternità", nella naturale e profonda integrazione fra ciò che siamo stati e ciò che saremo; il presente come tale non esiste, è la sintesi continua dell' "essere che diviene".
Lo spazio della competizione è un' "arena globalizzata", "non luogo" dell'irrealtà. In tale arena ci limitiamo a esistere, in-differenti; il dato che vediamo nella globalizzazione è che, contemporaneamente, le società si aprono e si svuotano di senso. In tale contesto, perdiamo la certezza dell'identità come appartenenza e non ci ritroviamo in una identità globale di senso ma esistiamo in una sorta di permanente disagio che ci fa smarrire.
L'atto del riflettere è l'atto della ricerca. Anziché continuare a correre verso un ignoto che vestiamo di certezze, è necessario rallentare il ritmo della nostra presunzione per ritrovare la capacità di ricongiungere, anzitutto culturalmente, ciò che è disperso; dobbiamo dedicarci a ricercare, sempre più problematizzando ciò che riteniamo immutabile e accogliendo la naturale incertezza della realtà, a cominciare dalla nostra.
Fermarci a riflettere significa ricongiungerci con l'oltre che già ci percorre e ritrovarci nei "luoghi" della realtà. Globalizzati e competitivi, abbiamo stravolto l'idea del tempo e dello spazio.
Il tempo della competizione è "tempo lineare", sommatoria cronologica senza profondità, senza emozione. Lo scorrere lineare dimentica che l'esperienza umana è un "complesso" che vive nella "tempiternità", nella naturale e profonda integrazione fra ciò che siamo stati e ciò che saremo; il presente come tale non esiste, è la sintesi continua dell' "essere che diviene".
Lo spazio della competizione è un' "arena globalizzata", "non luogo" dell'irrealtà. In tale arena ci limitiamo a esistere, in-differenti; il dato che vediamo nella globalizzazione è che, contemporaneamente, le società si aprono e si svuotano di senso. In tale contesto, perdiamo la certezza dell'identità come appartenenza e non ci ritroviamo in una identità globale di senso ma esistiamo in una sorta di permanente disagio che ci fa smarrire.
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