Monday, 16 November 2015

Una riflessione a partire dai fatti di Parigi (Vincenzo Scotti)

Anna Cossiga, non certamente schierata tra i fautori della guerra, con grande onestà intellettuale è giunta alla conclusione che bisogna decidersi a trovare una intesa tra americani e russi per rispondere alla guerra dichiarata dello stato del Califfato (http://lineestrategiche.blogspot.it/2015/11/fenomenologia-del-terrore-in-europa-e.html).
Occorre partire da una semplice constatazione: siamo nel pieno di una terza guerra mondiale a pezzi, come invita  a prendere atto Papa Francesco, senza entrare in una discussione su 
chi e in che modo ha portato alla nascita del Califfato. Parlo di terza guerra mondiale per differenziarla dalla coalizione contro il terrore del Presidente Bush junior. Sono stati troppi gli errori che, consapevolmente o inconsapevolmente, hanno portato alla nascita del cosiddetto Stato Islamico. Giustamente Anna sollecita a prendere atto che siamo in presenza di una organizzazione statuale che certamente non risponde alle condizioni previste nei manuali di diritto internazionale che continuiamo ad insegnare nelle nostre Università.Come pure a una guerra che non fa ricorso alle tradizionali armi di distruzione, si pensi solo al ricorso delle armi di informazione e disinformazione oltre che alle modalità di formazione dei "soldati" e alla articolazione della catena di comando.
Prendiamo atto, quindi, che uno Stato ci ha dichiarato guerra e utilizza armi che non sono quelle tradizionali. Quale è l'obiettivo di questa guerra? Questo stato ha come obiettivo, in questa fase dei "combattimenti", di rendere insicuri i cittadini
dei Paesi  a cui ha dichiarato guerra (non certamente con la dichiarazione di guerra consegnata dagli ambasciatori) e progressivamente, con atti di straordinaria ferocia, portare i votanti dei paesi nemici all'odio non verso gli abitanti del Califfato ma verso i "musulmani" che già risiedono nei loro territori e che arrivano in fuga dalla guerra combattuta nei diversi paesi "musulmani". Primi risultati di questa guerra sono già evidenti in paesi di antica democrazia dove non si parla di una guerra del Califfato ma dove cresce la identificazione tra quelli che chiamiamo terroristi, e che sono fanno parte delle forze armate di quello stato, e gli islamici. Far crescere un fronte contro l' islam che mette insieme tutti i "credenti", e facendo leva sulla paura e sull'odio che esplodono in presenza di efferati delitti contro gli inermi, non fa altro che aumentare il numero degli anti islamici che trovano la loro voce proprio nei partiti contrari all'islam e alla loro religione e che possono sfociare nell'ennesimo, gravissimo errrore di far diventare la guerra al Califfato una guerra santa e uno scontro di civiltà.
La guerra è già in atto e non consente più perdite di tempo. I paesi della Nato, la Russia e le Repubbliche islamiche nemiche del Califfato devono, senza più indugiare, sferrare un attacco di terra per distruggere l
o Stato Islamico. In un altro momento della storia, l'Inghilterra seppe affrontare una guerra contro il totalitarismo (e il Califfato è il totalitarismo disumano) e mettere insieme russi e americani superando contrasti e diffidenze ritenute insuperabili. I raid aerei non hanno portato a risultati di sorta. Di fronte a una opinione pubblica smarrita non c'è alternativa; occorre la chiarezza che fu del grande primo ministro inglese di sfidare una opinione pubblica restia alla guerra. Ai nostri concittadini bisogna parlare con linguaggio semplice e al tempo stesso chiaro. Non è una guerra preventiva: è una risposta ad un attacco che fa scattare l'iniziativa della Nato anche con il voto unanime del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un nostro alleato, la Francia, come ha detto il Presidente Hollande, ha subito un attacco di guerra.
E' evidente che non è sufficiente da sola l'azione militare sul campo ma che occorre anche un piano di azione per coinvolgere le  opinioni pubbliche dei paesi islamici non alleate del Califfato, convincere con impegni reali a superare conflitti antichi. Se ci pensiamo bene, dei tanti conflitti del Medio Oriente quello  palestinese è quello che può essere risolto in tempi anche brevi. La diplomazia lavori a costruire l'alleanza e i governi convincano gli elettori che non c'è tempo da perdere.

No comments:

Post a Comment