Saturday, 5 March 2016

L'università fa rima con complessità ? (Anna Maria Cossiga)

Si parla spesso di complessità e di come la realtà dovrebbe essere considerata un "insieme complesso" e, dunque, con il metodo della complessità dovrebbe essere letta e interpretata. E, se questo è vero per ciascun elemento della realtà, lo è in particolare per le relazioni internazionali, la cui comprensione e analisi richiede un patrimonio culturale più che mai complesso e sfaccettato. Si afferma anche, e spesso, che l'università dovrebbe preparare i giovani a leggere e interpretare la realtà complessa, perché potranno essere i nostri governanti di domani. Ma è davvero così? Uno sguardo all'Accademia italiana ci suggerisce, purtroppo, una risposta negativa. La burocratizzazione regna sovrana e le varie discipline, rinchiuse nei compartimenti stagni dei settori scientifico-disciplinari, sembrano impossibilitate a dialogare fra loro. Per i docenti che non si considerano specialisti settoriali, la vita è dura. Per esempio, parlare e scrivere di antropologia, se si sta trattando un tema considerato proprio della geopolitica, può essere considerato come una invasione in un'area scientifico-disciplinare che appartiene ad altri. Per fare carriera universitaria è necessario pubblicare, possibilmente in riviste o presso editori considerati di "fascia A", e avventurarsi in campi che non sono il proprio significa "anatema". Se mi occupo di perline rosse e scrivo di perline gialle, verrò sanzionato perché gli specialisti di perline gialle non vogliono intrusioni nel loro territorio di caccia. E così, se applico i metodi della ricerca antropologica per discutere di geopolitica, non potrò mai diventare un docente di antropologia, perché sono un geopolitico. Esistono i geopolitici? Certo esistono i geografi politici o i geografi culturali. Ma guai a confonderli, in sede di pubblicazioni o di concorsi, con gli antropologi culturali ! E così andiamo avanti. Grazie al Cielo, quando si insegna, le carte possono essere mescolate più facilmente, anche perché sappiamo tutti che ciascuna disciplina non potrebbe sopravvivere senza le altre. Per tornare a noi, che cosa sarebbe un antropologo senza geografia? Che cosa sarebbe un geografo senza antropologia? O senza storia, o scienza della politica, se è per questo. Insomma, ci sforziamo di insegnare la complessità, anche se la burocrazia e le chiusure mentali di troppi professori giudicanti vorrebbero impedircelo. Speriamo, però, che anche la burocrazia si attualizzi e cominci ad applicare il metodo della complessità. Per ora, ahi noi, non lo fa. E, se vogliamo parlare di pubblicazioni, a volte ci sembra che si dia quasi più importanza a come sono fatte le note a piè di pagina, all'uso del corsivo per il titolo dei libri e alla virgola sbagliata dopo la città di pubblicazione e prima dell'anno, che non ai contenuti. Va bene, una regola ci vuole, ma cerchiamo di non dare sempre più importanza alla forma e all'apparenza. Forma e apparenza possono essere complicate, ma non sono certo complesse. La sostanza è sempre complessa. Insegniamolo ai nostri studenti, che potranno essere i governanti di domani.

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