Saturday, 5 March 2016

Middle East refugees and burden sharing / Rifugiati dal Medio Oriente e ripartizione degli oneri (Maurizio Melani)

Middle East refugees, Afghans included, are presently several millions. Their number will increase if conflicts continue and intensify. Most of them are in Turkey, Lebanon and Jordan. Others are in Egypt, in the Iraqi Kurdistan and in Libya. More than one million have reached Europe. Many of them are in Germany. Less are in other Western European countries. Few hundred thousands are in Greece and along the Balkan road.
Turkey, Near East countries and Greece should receive the resources needed to give them a decent life. Not necessarily through direct financial transfers to Governments but mostly through International and nongovernmental organizations. And this with the view of the return to the countries of origin of at least a substantial number of them when circumstances will allow. The European Council is expected to decide on the mobilization of such resources as far as the EU is concerned. But there will always be for a part of them the need and the desire to move to Western countries in consideration of family links and other circumstances. For them an adequate burden sharing is needed and it should not concern Europe only.
In Italy, whose navy and other public and private institutions have rescued at sea hundreds of thousands of people in the last few years, the Catholic Sant'Egidio Community, together with Italian Protestant Churches, has organized humanitarian corridors financed by private donors through finalized fiscal arrangements while visas and other facilities are provided by the Italian Government. They involve few thousands of people. It is a drop in the sea. But if in cooperation with international organizations this method is extended, checked and coordinated with actions supporting refugees in countries close to war-torn areas, it could be an effective way to avoid further thousands of deaths and to dismantle the criminal trafficking in human beings which is also financing terrorism and other activities threatening our global security.
European funds are needed, together with a distribution of refugees among European countries according to already established rules and a revision of the Dublin regulations on asylum (Italy and Germany have just put forward a joint proposal to this effect), as well as incentives but also sanctions to countries which do not comply or cooperate. These countries are often among those which benefit more from Community aid. However, Europe cannot be alone in bearing such burden. If also the United States, Canada and other partners among rich countries participate with shares according to their population and per capita income, giving more room to family reunions, burdens would be much more bearable for all. And our transatlantic allies would tangibly contribute in that way in stabilizing a wide area of common strategic interest (Europe, the Mediterranean and the Middle East).
Discussions on these perspectives are already taking place in various fora. But doing something substantial and effective to this effect before the US elections could realistically be quite difficult. Let's hope that this would be possible after.
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Il problema dei profughi dal Medio Oriente in guerra, Afghanistan compreso, riguarda attualmente alcuni milioni di persone. Se i conflitti continuano e si intensificano il loro numero è destinato ad aumentare. La parte di gran lunga maggiore di questi è in Turchia, Libano e Giordania. Una parte ridotta è in Egitto, nel Kurdistan iracheno e in Libia. Un milione circa sono giunti in Europa. Molti di questi in Germania, non molti negli altri paesi dell'Europa Occidentale. Qualche centinaio di migliaia sono in Grecia e lungo la rotta balcanica.

In Turchia, paesi del Levante e Grecia devono andare le risorse per mantenere decentemente questi profughi, non necessariamente con trasferimenti ai governi interessati ma in gran parte attraverso le organizzazioni internazionali e non governative ed in vista di un auspicato ritorno in patria quanto meno di una quota consistente quando ve ne saranno le condizioni. Queste risorse dovrebbero cominciare ad arrivare dopo l'imminente Consiglio Europeo . Ma vi sarà sempre una pressione a muoversi verso i paesi occidentali. Per quelli che intraprendono questa via occorre un adeguato "burden sharing" che non dovrebbe riguardare però soltanto l'Europa. La famiglia del piccolo Ailan Kurdi morto su una spiaggia turca voleva inizialmente andare per vie legali in Canada, ove la parte sopravvissuta è poi andata.

In Italia, con la Comunità di Sant'Egidio e le Chiese protestanti, è stato organizzato, grazie all'8 per mille dell'IRPEF, un corridoio umanitario per il quale il Governo concede i necessari visti e facilita l'accoglienza. E' una goccia nel mare. Ma se il metodo fosse esteso, istituzionalizzato, controllato e coordinato con il sostegno ai profughi nei paesi di concentrazione limitrofi alle aree di crisi si tratterebbe di un modo realmente efficace per evitare altre migliaia (ormai decine di migliaia) di morti e sgominare i trafficanti di uomini. Questi finanziano spesso tutto ciò che vi è di peggio al mondo e di più minaccioso per la nostra sicurezza globale. Servono fondi europei, ripartizioni tra i paesi europei secondo le regole già definite da integrare con modifiche del regolamento di Dublino (Italia e Germania hanno appena avanzato una proposta congiunta in questo senso) ed incentivi ma anche dure sanzioni ai paesi che non ottemperano o non collaborano e che sono in gran parte quelli che più beneficiano degli aiuti comunitari. Ma non si può pretendere che faccia tutto e solo l'Europa.

Se anche gli Stati Uniti, il Canada ed altri partner tra i paesi ricchi partecipassero con quote proporzionali a popolazione e reddito pro capite, e dando maggiore spazio ai ricongiungimenti familiari, gli oneri per tutti sarebbero molto più sopportabili. E i nostri alleati transatlantici contribuirebbero così in modo concreto alla stabilizzazione della nostra area strategica (Europa, Mediterraneo e Medio Oriente).

Di queste prospettive si sta già parlando in varie sedi. Ma è assai difficile che qualcosa di consistente ed efficace possa essere fatto prima delle elezioni negli Stati Uniti, sperando che il popolo americano non consegni il paese a mani irresponsabili.



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