E' sempre molto positivo che le classi dirigenti parlino di cambiamento e che lo pratichino nell'interesse generale; cambiamento è politica, innovazione, ri-creazione dei processi vitali. Ebbene, ciò presuppone il talento dell' "oltre", la capacità di maturare visioni di convivenza; e questo, a ben guardare, sembra non appartenere a chi ci "governa". Trovo pericolosa l'ansia delle riforme, tanto quanto l'ansia da competizione; ciò che preoccupa è la volontà di fare senza progetto, senza un pensiero nella realtà, senza una costante autocritica del mondo che abbiamo costruito. Ciò che manca sono luoghi comunitari del pensiero progettuale per la decisione. Non sono più i partiti, ridotti a comitati d'affari; non sono più i sindacati, in troppi casi distanti dalle realtà di un mondo del lavoro che cambia ogni giorno in maniera radicale. Dobbiamo ripartire dalla condivisione dell'oltre, dal chiederci cosa stiamo diventando e dal ritrovare una dimensione globale del nostro agire; per essere "lievito" nella storia, dobbiamo fare i conti con il mondo che c'è e dobbiamo lavorare per riportare "al centro" la dignità di ogni persona, di ogni comunità e il valore strategico di ogni differenza. Per essere "lievito" nella storia dobbiamo lavorare in termini di relazione per l'integrazione, ri-accogliendo in noi il cammino della vita e ritornando ad essere responsabili per il destino comune dell' "umanità tutta" nel creato.
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