L'impressione è che la nostra libertà si stia progressivamente chiudendo in una sorta di "individualismo auto-referenziale", escludente, separante, dis-umano. Ci dicono che non possiamo vivere senza sicurezza o, per meglio dire, senza questa sicurezza che, fattasi sistema, ci domina e ci determina. E' l'apparato della sicurezza che cancella la libertà intesa come liberazione, che ci costringe a esistere (non a vivere) nell'imminenza del nostro particolare, a essere in-differenti verso ciò che non conosciamo e che, per definizione, ci fa paura. E, anziché cercare di conoscere l'altro (con-naitre, nascere insieme), ci limitiamo a guardarlo con sospetto, concedendogli uno "status" di umanità che va però verificato alla luce delle nostre certezze, proprio come si fa con un nemico; d'altronde, siamo o non siamo immersi in un clima di "guerra permanente" ?
L'11 settembre ha contribuito ad assolutizzare ciò che pensiamo di essere, universali culturali. E questo ci avvolge, ci rende ancora più certi nel nostro fare competitivo (ma profondamente insicuri nel nostro agire storico), ci allontana da una sana cultura e pratica del dubbio; la dis-umanità ci domina, interiormente e nella storia comune. Nell'illusione di essere più sicuri e più liberi, siamo sempre più vittime dell'imprevisto che si fa reale (le minacce asimmetriche) e, nel ricordare date-simbolo, ci perdiamo la vita e le sue contraddizioni che, intanto, ci travolgono.
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