Secondo una logica tutta da ripensare siamo portati a
pensare che gli scienziati della politica, gli economisti, i diplomatici, gli
esperti di finanza, i giuristi, gli studiosi di religioni, gli antropologi
siano titolari di saperi, di competenze e di esperienze in grado,
settorialmente, di dare risposte ai problemi del mondo. Questa convinzione,
però, è costantemente smentita dai fatti, laddove la realtà si mostra
infinitamente più complessa delle nostre analisi. Parlare di
transdisciplinarietà non significa negare che già si realizzino collegamenti
fra queste discipline; la transdisciplinarietà serve a sottolineare che tali
collegamenti non bastano, che una conoscenza pertinente è quella che scava nel
profondo, che riconcilia il nostro approccio strategico con la natura dei
fenomeni che si intendono descrivere, per governarli. Il costruire ponti fra le
discipline serve proprio a fare delle conoscenze particolari uno strumento di conoscenza,
a mostrare che i punti di vista sono al contempo limitati/limitanti e
necessari, a lavorare in dialogo, in comune. Attraverso la trandisciplinarietà
possiamo scoprire, mai completamente, quel “senso globale” che è l’anima dimenticata
della globalizzazione competitiva. D’altronde, quando ci capita di frequentare
un determinato Paese, per lavoro o per semplice curiosità, noi incontriamo un
complesso e un contesto. Incontriamo dinamiche politiche, economiche, diplomatiche,
finanziarie, giuridiche, religiose, antropologiche che sono naturalmente e
indissolubilmente interrelate e che non possiamo separare; incontriamo un “unicum”
dinamico, in evoluzione, caratterizzato da processi originali e irripetibili. E
tutto questo, con buona pace di chi crede ancora alle sirene dell’auto-sufficienza
delle conoscenze particolari, chiede di aprire le porte del nostro intelletto
ad analisi sempre più transdisciplinari.
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