Ma la critica alla Unione europea, pur condivisibile per molti aspetti (la terapia della austerità è stata distruttiva) non spiega tutto. Ora che l’onda lunga di quello che viene genericamente definito populismo ha raggiunto le coste del continente americano consegnando la presidenza degli Stati Uniti ad un ricco demagogo, la sensazione che qualcosa di molto profondo e preoccupante stia avvenendo nello spirito pubblico di tutto l’Occidente si è consolidata.
Diversi fattori sono alla base dell’attuale incertezza collettiva. In primo luogo il tema dell’immigrazione. I “disperati” che cercano di penetrare le nostre frontiere si portano dietro un mondo “misterioso” che minaccia antiche certezze. Ci sentiamo più esposti, come dice il sociologo Bauman, alla dimensione della “identità liquida”. Solo una comprensione seria e non retorica del fenomeno può impedire la diffusione della xenofobia. All’origine c’è l’antica distanza tra poveri e ricchi. Ma ora c’è un fattore nuovo: la globalizzazione tecnologica. La rivoluzione digitale porta ovunque le immagini dell’opulenza capitalista, spinge milioni di giovani verso la speranza di ottenere almeno le briciole di quella sfacciata ricchezza. I ricchi vedono la violenza nelle regioni attraversate da terribili conflitti (i video dei siriani che attendono la morte ad Aleppo e ci chiedono un disperato aiuto); i poveri vedono come vivono i fortunati del mondo più sviluppato (la società dei consumi e dei corpi). L’enormità di tale diversità crea invidia e rabbia negli uni, imbarazzo e paura negli altri. Ci meravigliamo del terrorismo? Dovremmo al contrario riconoscere che il radicalismo violento sia ancora poco diffuso se consideriamo l’enormità delle disuguaglianze che il capitalismo della globalizzazione sta provocando e che sono, grazie alla tecnologia digitale, sempre più visibili.
Gli effetti dirompenti della rivoluzione tecnologica si fanno sentire nei paesi più sviluppati. La crisi economica-finanziaria di questi anni (recessione – stagnazione) ha accentuato gli effetti della dimensione digitale, sempre più veloce e invasiva. Le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione stanno provocando la scomparsa di figure professionali tipiche del lavoro operaio e impiegatizio. In parte queste mansioni vengono sostituite da nuovi lavori ma i livelli di occupazione non crescono. Al contrario si trasformano: dal lavoro dipendente a tempo indeterminato al lavoro precario e sottopagato (gli elettori di Trump e dei variopinti populisti europei). Stephen Hawking cerca di spiegare l’inquietudine sociale indotta da tale fenomeno in tante persone. “Tale inquietudine”, sostiene, “concerne le conseguenze economiche della globalizzazione e della accelerazione del progresso tecnologico”. L’automazione delle fabbriche, afferma il grande fisico, ” ha già decimato l’occupazione dell’industria” e “l’ascesa dell’intelligenza artificiale estenderà la distruzione di posti di lavoro anche alle classi medie”. In un mondo senza controlli “Internet permette a poche persone” scrive ancora Hawking, di “ricavare enormi profitti con un numero ridottissimo di dipendenti”.
Sono tanti, in realtà, gli effetti e le cause della globalizzazione. Qui si è indicata soltanto la questione centrale della rivoluzione tecnologica, la leva che ha impresso alla stessa un’accelerazione senza precedenti. Sapendo che tale fenomeno pone, in particolare alle forze politiche, l’urgenza di risposte adeguate. Per ora prevalgono smarrimento e incertezza: le tradizionali elite non sanno o non vogliono rispondere in positivo alla protesta di vasti strati sociali. Non pensiamo tuttavia, come altri, che la democrazia sia in pericolo. Ma, come ha detto Hawking, “non dovremmo liquidare i recenti risultati elettorali – Trump, Brexit, Referendum in Italia – come sfogo di un populismo grossolano”.
Grazie, Marco, per l'aiuto a capire e riflettere, e per il tuo sguardo acuto e appassionato sulla realtà. Unica cosa che non condivido (non tua, di Hawking) è l'associazione del voto su Trump e Brexit a quello sulla Costituzione in Italia. So che una parte del NO (quanto grande nessuno di noi lo sa con certezza) si è fondata su contenuti analoghi, ma per alcuni di noi, come me, il rifiuto di quei contenuti della riforma era l'esatto contrario del populismo e della paura. Era un'affermazione del mio diritto a giudicare nel merito, e a prendere che quando si tocca la Costituzione lo si faccia per migliorarla, non per fare un passo indietro.
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