Professore cosa cambia dopo Parigi nel modo in cui l’Occidente guarda alla minaccia del terrorismo?
A mio avviso gli attentati di Parigi costituiscono un salto in avanti rispetto al passato, anche e soprattutto dal punto di vista organizzativo. I responsabili infatti – almeno secondo le prime informazioni di cui disponiamo – sono riusciti a reclutare persone che non avevano un trascorso militare, ad addestrarle molto rapidamente e infiltrare anche attraverso le rotte dei migranti elementi jihadisti. Tutto questo ci pone davanti a nuove sfide, e rende più complesso il lavoro di contrasto e prevenzione.
Quanto c’entra la Siria con quanto accaduto?
Ovviamente, se non ci fosse stato il conflitto in Siria non esisterebbe Isis così come lo conosciamo oggi. Questo rende ancor più incomprensibili le ragioni per le quali fino ad oggi non si sia voluto porre fine ad una guerra assurda. Ma c’è di più: gli attacchi di Parigi erano un chiaro messaggio alle potenze internazionali riunite nel fine settimana proprio per discutere di una via d’uscita alla guerra in Siria e che, finalmente dopo anni, vedevano seduti allo stesso tavolo sauditi e iraniani. È una prova del fatto che ci sono forze che non vogliono la pace e che, nel caos e nell’instabilità, trovano l’elemento adatto per proliferare.
A suo avviso l’Occidente ha delle responsabilità nell’ascesa dell’estremismo armato e del fondamentalismo?
Quando si parla di Medioriente, nessuno è senza colpa. A mio avviso, tuttavia, guardare al passato non ci aiuterà a vincere la sfida davanti a cui ci troviamo. Non c’è dubbio alcuno sul fatto che l’attuale sistema economico globale, con le sue enormi disparità, non sia più sostenibile e debba essere pesantemente ristrutturato. Tuttavia gli attacchi non favoriranno questo processo, anzi. Lo ostacoleranno perché i conflitti rendono impossibile la riforma di ogni sistema.
Anche l’Africa si trova sempre più spesso alle prese con fenomeni legati al terrorismo, un tempo quasi del tutto assenti nel continente. E’ un campanello d’allarme?
L’Africa – che fino a 15 anni fa con i suoi Islam tolleranti sembrava costituire un’alternativa al radicalismo e fanatismo mediorientale – oggi risulta essere pesantemente infiltrata. Movimenti estremisti, mostratisi in principio nel Corno d’Africa, hanno fatto la loro comparsa perfino in Africa Occidentale, culla delle confraternite sufi. A favorire questa diffusione sono state diffuse discriminazioni nei confronti dei musulmani (penso ad esempio al Kenya) e realtà in cui la cornice statuale è fragile quando non assente. Somalia, Mali, Libia, la stessa Nigeria. Dove lo Stato si ritira arrivano Al Shabab, Isis, Boko Haram, Aqmi. Se a questo sovrapponiamo il fatto che tra 20 o 30 anni il continente sarà il principale polo demografico a livello mondiale, ci rendiamo conto che i rischi sono più che elevati. Cominciare ad occuparcene oggi, con politiche mirate, potrebbe metterci al riparo, in futuro, da nuove minacce.
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